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Torneira a pingar, puse un baldo e acabou-se. Para-choques soltos. Usei fita-cola, parede rachada. Olha, tapei con un quadro.
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Fondei a Ornota in 2013 e fabriamo vestuario per ciclisti. Per me, la maggior parte della Shopify è la possibilità di gerirmo un negozio, non tendo conoscenze tecniche. Conseguimos gerir tutto, dal back-end al front-end e fare vendas online, senza complicações.
00:36
Se la Shopify fosse un equipamento di ciclismo, io diria che sia la propria bicicleta. È quello che ci permette di andare a dove vogliamo. È nella Shopify che geriamo il nostro negozio. Comece la sua avaliazione gratuita in www.shopify.com
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Chamo-me Alex Matisse e sono il fondatore e CEO di East Fork. A Shopify transforma qualcosa di difficile come abrir un negozio e vendere prodotti online in una terezza veramente facile. A East Fork começou come una piccola oleria. Attualmente, abbiamo una fabbrica con circa di 115 funzionari. La gestione di un negozio envolve molte preoccupazioni. Trattare delle vendere non devono essere una delas. A Shopify simplifica, facilita e torna tutto divertito. Comece la sua avaliazione gratuita
01:40
Buonasera.
02:18
Buonasera, mi spiace che siamo qua in condizioni insomma dal punto di vista climatico un po' meno gradevoli del solito, d'altra parte mi dicono che qua dentro ci sta più gente che non sugli spalti della fortezza e quindi va bene così alla fine.
02:35
Allora, Voi sapete che l'idea di quest'anno, per quanto riguarda le mie tre lezioni, è di presentare tre personaggi del Medioevo, di presentare tre uomini del Medioevo, provando a capire chi erano, come pensavano, come vedevano il mondo. Un frate, un mercante, un cavaliere.
02:58
Naturalmente, per poter sapere chi erano queste persone, per poter entrare nella loro testa, e com'è che si fa? Ebbè, sono tre persone che hanno scritto.
03:08
Sono tre uomini che hanno lasciato dietro di sé dei libri, delle cronache, in cui hanno messo molto di se stessi.
03:17
Ovviamente questo, e l'obiezione viene fuori subito, non erano proprio persone normali. Un cavaliere che ha scritto un libro non era proprio uguale a tutti gli altri cavalieri. Un mercante che ha scritto un libro peggio che mai.
03:31
Un frate, ancora ancora, tutto sommato i frati scrivevano abbastanza, però in ogni caso è chiaro che sono tre personaggi eccezionali.
03:39
E tuttavia ci hanno lasciato, questi tre personaggi, delle opere talmente ampie che dentro c'è l'uomo, insomma ogni volta dentro c'è l'uomo. C'è il suo modo di essere, il suo modo di ragionare, i suoi valori, i suoi pregiudizi, il suo modo di vedere il mondo.
03:57
Stasera cominciamo da un frate.
03:59
Io poi non ho fatto altro che dirmi che ho fatto malissimo a cominciare dal frate, perché dei tre il frate è quello che ha scritto il libro più grosso.
04:09
Io non me lo sono neanche portato stasera talmente grosso, nei prossimi giorni me li porterò i libri del mercante e del cavaliere. Il libro del frate non l'ho portato perché il frate di cui vi parlo ha scritto una cronaca che a stampa occupa circa 900 pagine, E questo vuol dire che non è stato per niente facile selezionare le cose da raccontarvi, scegliere nel mare di cose che quest'uomo ci ha raccontato che cosa tirar fuori per provare a dare un'idea di chi era e di come pensava, comunque insomma ci provo.
04:44
Questo frate si chiama Salimbene da Parma.
04:48
Si chiamerebbe Salimbene de Adam, quella è la sua famiglia, ma insomma lui appena è partito da Parma è stato conosciuto da tutti come Salimbene da Parma.
04:57
Questo Salimbene chi era dunque? È un frate francescano, è un frate del 200, potrebbe essere il nonno di Dante come età più o meno. È un frate francescano e sotto molti aspetti la sua mentalità, il suo modo di ragionare forse assomiglia a quello di tutti gli altri frati, ma sotto altri aspetti è un uomo con le sue idiosincrasie, con le sue caratteristiche personali.
05:24
Proviamo a vedere che cosa c'è nella testa di un frate del 200.
05:29
Io direi che la prima cosa che colpisce leggendo l'opera di Salimbene...
05:35
è la sua certezza di vivere in un mondo ordinato, in un mondo razionale. Il mondo di Salimbene, il mondo di un italiano, di un frate italiano del 200, è un mondo ordinato, razionale, non grazie agli uomini. Gli uomini sono dei cialtroni, dei delinquenti, fanno di tutto per distruggere l'armonia della realtà.
05:56
Ma di per sé il mondo è ordinato perché Dio l'ha costruito così.
06:01
C'è questa profonda fiducia nel fatto che il mondo ha una sua logica, l'ha costruito Dio e Dio ha dato anche all'uomo i mezzi per interpretarlo.
06:13
Sono le Sacre Scritture, la Bibbia. Le Sacre Scritture sono un gigantesco manuale di istruzioni per l'uso del mondo.
06:21
Nella Bibbia, agli occhi di uno come salimbene, c'è tutto. Ci sono le risposte a tutte le domande. Qualunque cosa succeda, uno che conosce la Bibbia trova nella Bibbia non uno, ma cinque, dieci, quindici passi che gli parlano di quello che sta succedendo e gli indicano come comportarsi.
06:43
La Bibbia è un manuale labirintico pieno di contraddizioni, bisogna saperlo interpretare, però dentro c'è tutto. Permette di orientarsi nella vita. Se uno la conosce, è la prima cosa stupefacente che noi troviamo se entriamo nella testa di Fra Salimbene, francescano padano del 200, è che lui la Bibbia praticamente la sa a memoria.
07:09
A dirlo oggi uno rischia di non crederci. Perché, eppure loro funzionavano così, gli intellettuali di allora funzionavano così, avevano una capacità di memorizzazione sbalorditiva rispetto a noi. La Bibbia la sa a memoria e del resto dovevano saperla a memoria, perché Salimbene non è un frate qualunque, è un predicatore, è uno di quegli uomini selezionati che sono stati scelti e preparati dalla Chiesa per parlare alla gente.
07:40
per stare su un podio in una sala con mille persone, parlare alla gente, farsi ascoltare, farsi capire. Parlare alla gente di cosa? Lui doveva parlare di fede, di teologia, di religione, doveva combattere gli eretici, doveva convincere la gente che la Chiesa ha ragione e gli eretici hanno torto. Per far questo doveva poter citare continuamente la Bibbia a sostegno di tutto quello che diceva.
08:06
E poi non basta.
08:07
In quel mondo degli intellettuali di quell'epoca, Come dire, era un orgoglio saper bene le cose, essere bravi, essere in grado di affrontare una discussione. Il loro orgoglio stava nell'essere bravi nelle dispute pubbliche, ci sono tante cose da discutere, tante cose incerte, diversi intellettuali si incontrano e in pubblico discutono e vince il più bravo e il più bravo è anche quello che per sostenere le cose che dice...
08:37
Sa citare la Bibbia, sa trovare uno, cinque, dieci passi della Bibbia che gli danno ragione e lì non ce l'ha il libro, lì devi saperla a memoria.
08:48
Uno dice ma come faceva a sapere a memoria la Bibbia? E beh ma perché loro funzionavano così.
08:54
C'è un passo in Salimbene nella sua cronaca che è molto istruttivo.
08:59
Salimbene a un certo punto cita una canzonetta satirica che sfotte un Domenicano, va sempre bene sfottere i Domenicani per i Francescani, ci ritorneremo, cita una canzonetta satirica che prende in giro un Domenicano, cita otto versi di questa canzonetta in latino e poi dice Salimbene, non me ne ricordo di più, Perché è passato tanto tempo da quando l'ho letta e quando l'ho letta non me ne importava niente e quindi non l'ho imparata bene a memoria.
09:30
Questo capite cosa vuol dire? Vuol dire che uno normalmente quando legge impara a memoria.
09:38
E impara memoria per forza perché bisogna far così, perché i libri sono pochi, tanti dei libri che tu leggi li leggi perché ti hanno mandato nel convento di Fano e nella biblioteca del convento di Fano c'è un bel libro che ti interessa e tu lo leggi e chissà se lo ritroverai mai più quel libro, sono tutti scritti a mano i libri. E quindi tu lo leggi e lo impari a memoria, di rado puoi permetterti di far copiare un libro che ti interessa, te lo fai prestare, trovi un copista, hai i soldi, lo paghi, oppure se ti interessa davvero tanto ti ci metti tu, te lo copi.
10:12
Un intellettuale di quell'epoca ogni tanto passa tre mesi a copiarsi un libro che gli interessa molto e che gli hanno prestato, quindi i libri hanno un valore immenso.
10:23
Uno dice prendi appunti, non è mica facile, su cosa? La carta l'hanno appena inventata e costa cara, la pergamena costa ancora più cara.
10:33
Salimben a un certo punto dice sì quando io ero giovane avevo cominciato a scrivere una cronaca, non quella che ci è arrivata che lui aveva poi scritto quando era ormai vecchio, dice avevo cominciato a scrivere una cronaca, sono arrivato fino ai Longobardi.
10:47
Poi ho dovuto smettere perché ero talmente povero che non potevo neanche procurarmi la pergamena.
10:55
Ecco, in queste condizioni l'unico magazzino che uno ha a disposizione è la testa e nella testa fa entrare tutto quello che può entrarci. Quindi uno come Salimbe nella Bibbia la sa a memoria.
11:08
Sapere a memoria la Bibbia vuol dire sapersi orientare nel mondo, avere tutte le risposte pronte.
11:14
alle angosce che puoi avere tu e ai dubbi che ti pongono i fedeli perché i frati sono importanti perché i predicatori sono importanti perché i fedeli sono pieni di dubbi ci deve essere qualcuno che sa rispondere ai loro dubbi salimbene fa parte di quella schiera ristretta di professionisti che sa rispondere ai dubbi dei fedeli la bibbia se uno la conosce bene permette perfino di prevedere il futuro E questa è una cosa che a Salimben interessa tantissimo, a lui come a tanti nel suo mondo, capite voi, prevedere il futuro.
11:49
Ecco loro sono abbastanza convinti che si possa, perché nella Bibbia c'è già tutto, la Bibbia prefigura anche le cose che devono ancora succedere e se uno ci lavora bene ha un manuale per prevedere anche il futuro.
12:05
A quell'epoca c'era una dottrina che andava per la maggiore, era la dottrina dell'abate Gioacchino da Fiore questo era un monaco del secolo precedente morto da un bel pezzo ormai monaco calabrese il quale aveva costruito un immenso sistema di interpretazione della Bibbia che doveva permettere di prevedere il futuro la chiesa ufficialmente non ha mai detto sì è vero non ha neanche mai detto sono tutte stupidaggini lasciava che ognuno si facesse la sua idea Molti erano i giochi miti, come si diceva, cioè quelli che credevano a questo sistema e Salimbene che scrive da vecchio dice io ora non ci credo più perché ho toccato con mano che le previsioni non sono tornate, non funzionano, però ci credevo, ci ho creduto a lungo.
12:58
Salimbene è nato intorno a 1220-1300 L'abate Gioacchino, tanto tempo prima, aveva previsto che nel 1260 il mondo sarebbe cambiato. Non chiedetemi che calcoli aveva fatto sulla cronologia della Bibbia, ma erano calcoli imponenti.
13:16
Cosa doveva succedere? Doveva succedere che al mondo arriva l'anticristo.
13:21
e questo si sa che succederà, perché lo dice l'Apocalisse, quindi è già scritto, quel pezzo del futuro è già scritto, si sa, arriverà l'Anticristo, commetterà i peggiori crimini, il mondo sprofonderà nel sangue, poi però, diceva l'abbate Gioacchino, nel 1260 l'Anticristo sarà sconfitto e il mondo entrerà in una nuova era di grazia, di felicità, di armonia.
13:45
Salimbene da giovane ci ha creduto, e quelli come lui che ci credevano, Qual era il loro problema principale secondo voi?
13:55
Stiamo a vedere chi è l'anticristo, dovrà comparire prima o poi, appena compare cerchiamo di indovinarlo che è lui.
14:04
A un certo punto si delinea un candidato che sembra sicuro, l'imperatore Federico II. Federico II di Svevia, stupormundi, grande nemico del papato, grande uomo di potere e di cultura del 200, amatissimo da alcuni, temutissimo da altri, uomo fuori dal mondo, veramente ne riparleremo alla fine. Ecco, per molti Federico II è lui l'anticristo, sta già commettendo dei delitti, peggiorerà ancora, Salimbene ci ha creduto.
14:35
Molti anni dopo dice, a un certo punto si è sparsa la notizia che l'imperatore Federico II era morto e io non ci volevo credere.
14:44
perché ero talmente convinto che era lui l'anticristo e però non si era ancora manifestato in pieno tutto il disastro che l'anticristo doveva provocare, quindi io non ci credevo. Poi ci ho dovuto credere, dice Salimbene, perché l'ho sentito dalla bocca del Papa. Stavo a Ferrara, è passato di lì il Papa, ha predicato alla gente, io ero lì sul balcone accanto a lui, lo toccavo.
15:10
e il Papa ha annunciato pubblicamente che l'imperatore Federico II era morto, dice, 1250, dice Salimbene, 30 anni dopo, ci sono rimasto malissimo, perché vedevo crollare tutto il sistema che io mi ero immaginato di previsione del futuro.
15:28
E tanti ci credono a questa cosa che si possa prevedere in futuro. Salimbene non è più Gioachimita, non crede più al sistema di Gioachino, ma è pronto a credere ad altre cose, perché veramente a loro le appassiona questa idea.
15:42
Noi beninteso crediamo di sapere già adesso quanto sarà la crescita del PIL del 2012 e questo è altrettanto ridicolo evidentemente, anzi probabilmente di più.
15:51
Loro ci tenevano a immaginare il futuro. A Salimbene a un certo punto vengono a raccontare...
15:58
che c'è un tizio, un profeta, ecco, è comparso un nuovo profeta. Chi è? Un poveraccio. Un poveraccio di Parma, la sua città, Salimbene di Parma. Un tessitore.
16:08
Questo a un certo punto ha cominciato a profetizzare.
16:11
E le cose che diceva, eh, funzionava, insomma. A un certo punto si è ritirato in un monastero, un monastero dei cistercensi, fonte vivo, fuori Parma. I cistercensi l'hanno accolto. E dice Salimbene, ma han parlato tanto di quest'uomo che sta lì in questo monastero sta tutto il giorno chiuso in camera a scrivere, un artigiano, capite, un operaio, un tessitore, e profetizza il futuro.
16:38
Salimbene gli sente raccontare queste cose e poi viene il momento che insomma non sta più nella pelle, vuole andarlo a conoscere questo.
16:45
Parte, va al monastero di Fontevivo, arriva lì, ci trova un suo amico, un francescano, un altro francescano, che è medico, quindi fa il medico, sta lì dai cistercensi, che sono un altro ordine, che lo tengono lì perché gli serve un medico, quest'altro francescano che vive lì gli dice, ah salimbene, guarda io ti potrei prestare tutti i libri che vuoi, ma quest'uomo che cerchi è morto.
17:09
E dice Salimbene, ma avrà lasciato i suoi libri? Io so che scriveva continuamente, anzi so, dimenticavo di dirvelo.
17:15
Salimbene prima ha raccontato, quest'uomo scrive, scrive e dice testualmente Salimbene.
17:20
Tornei a pingar, puse un baldo e acabou-se, parachoques soltos. Usei fita cola, parede rachada, olha, tappei con un quadro.
17:30
Grazie a tutti. Grazie a tutti.
17:41
Grazie a tutti.
18:01
Scrive per la famiglia, semmai, i libri di ricordi.
18:05
Poi invece c'è chi scrive e ha piacere che le sue cose siano conosciute. E quindi le fa circolare, se uno viene lì, gliele fa leggere, gliele fa copiare, perché bisogna copiare tutto a mano. Questo profeta pubblicava volentieri le sue opere, quindi Salimbene arriva al monastero e dice «Ma saranno rimasti i suoi libri?» E l'amico gli dice «Non è rimasto niente dei suoi libri, come mai?» E l'amico, un francescano, anche lui, gli dice ma sai questo qua, molti ci credevano ma secondo me c'erano dei grossi problemi in questa idea delle sue profezie, insomma te la faccio breve, gli dice l'amico.
18:41
Qui nel monastero c'è un vecchio monaco che lavora nel nostro scriptorium, nell'officina dove si copiano i manoscritti e che ha una sua arte particolare, è un tecnico di una cosa specifica, è un tecnico della cancellatura dei manoscritti.
19:00
Perché la cancellatura dei manoscritti? Voi capite, siamo sempre allo stesso problema, la pergamena costa cara e non si trova sempre.
19:08
E una biblioteca dove si producono dei libri può trovarsi spesso nella situazione che bisogna fare un libro nuovo, c'è un'occasione di copiare un libro importante e non c'è pergamena, allora cosa si fa? Si cancella un manoscritto vecchio che non serve più.
19:24
È un'arte, ci deve essere uno che sa grattare via la scrittura senza rovinare la pergamena.
19:32
Noi oggi ci mettiamo le mani nei capelli, pensiamo chissà quanta roba è andata perduta, ma per loro era indispensabile. E dunque continua l'amico di Salimbene...
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C'era questo vecchio monaco che conosceva quell'arte e dice io prima o poi morirò, vorrei trasmetterla a qualcuno questa tecnica. E io, dice l'amico, non c'era nessuno che voleva mettersi a imparare questa cosa, mi sono messo io. Ho imparato la tecnica della rasatura dei manoscritti e siccome avevo bisogno di manoscritti per esercitarmi e ho pensato che i libri di questo profeta era meglio che non circolassero troppo, li ho cancellati tutti.
20:08
Salimbene ci rimane malissimo anche questa volta, però dice... Notate che è interessante questa mentalità perché è già la mentalità che molto tempo dopo porterà l'inquisizione a fare i roghi di libri e la Chiesa a pubblicare l'indice dei libri proibiti. Però la cosa interessante è che all'epoca di Salimbene non è ancora il potere della Chiesa che impone questo. C'è ancora molta libertà, le idee girano, i libri circolano, però ognuno...
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Ognuno di quelli che fanno parte dell'apparato della Chiesa, voglio dire, dei dotti, di quelli che hanno il compito di guidare i fedeli alla salvezza, ognuno ha la responsabilità individuale di decidere se i libri sono buoni o non sono buoni. E se non sono buoni si assume la responsabilità individuale di impedire che circolino.
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Dunque Salimbene... Appartiene a un gruppo sociale coltissimo, non è solo la Bibbia che sa memoria, lui ha una biblioteca nella testa, appartiene a un gruppo sociale che guida il mondo non dal punto di vista politico ma dal punto di vista morale, spirituale, la cultura e la loro identità.
21:17
Questa è gente che scrive, parla e pensa in latino, pensa anche nel suo dialetto, Salimbene pensa nel suo dialetto di Parma, si vede benissimo dal latino che scrive, però sa anche pensare, parlare e scrivere in latino e questa capacità che ti distingue dalla gente qualunque è un elemento importante dell'identità di questi frati.
21:40
E' talmente importante che anche il loro nemico principale, il diavolo, condivide questo orgoglio di saper parlare bene il latino e di essere colto. C'è una storia che racconta Salimbene che da questo punto di vista è esemplare.
21:54
C'era un frate, dice, che conosco, a un certo punto gli hanno portato un indemoniato, un contadino, un villano, un uomo rozzo, posseduto dal diavolo il frate gli si mette davanti dice beh però bisogna controllare perché non è mica sempre che sia così bisogna vedere se davvero questo è posseduto dal diavolo e il frate dice diavolo se sei lì dentro dimostramelo parlami in latino e il diavolo per bocca del contadino comincia a parlare in latino e fa degli errori di grammatica E il frate comincia a prenderlo in giro dicendo fammi ridere tu sapresti parlare latino ma senti che latino parli non vale niente.
22:38
E il diavolo che condivide perfettamente il sistema di valori dei frati si arrabbia e gli dice testualmente io so parlare latino bene quanto te e solo che con la bocca di questo contadino come si fa? Ha una lingua talmente rozza che non ci riesco a parlare bene con la sua bocca.
22:59
Ovviamente questo ideale, diciamo, di un'elite dotta, di un'elite culturale, orgogliosa della sua cultura, è anche un rischio. L'orgoglio della cultura diventa facilmente presunzione. Salimbene lo sa, ci casca anche lui, spesso.
23:15
Non si contano i momenti in cui lui dice io la Bibbia la conosco, non mi possono mica fregare. Questo orgoglio è un rischio, lui se ne rende conto, racconta anche varie storie che mostrano come insomma un grande predicatore deve stare attento perché il rischio della presunzione è sempre lì pronto.
23:32
Ci sono un paio di aneddoti che lui racconta su un grande predicatore del suo tempo, Fra Giovanni da Vicenza, il quale è un Domenicano, quindi sui Domenicani appunto si raccontano volentieri storie che non li mettono tanto in buona luce. Fra Giovanni da Vicenza è un grande predicatore, è uno di questi uomini che sanno stare su un palco o su un balcone e parlare a una piazza piena di gente e far piangere la gente quando vogliono, a comando. Ecco, gente così si inorgoglisce un po' di essere così brava.
24:03
Fra Giovanni da Vicenza a un certo punto si era convinto di essere santo, e fin lì passi si era convinto di saper fare i miracoli da solo senza neanche bisogno che dio intervenisse e soprattutto voleva che gli altri lo ammirassero come un santo dice salimbene un giorno fra giovanni da vicenza è capitato in uno dei nostri conventi francescani già che c'era ne ha approfittato per farsi radere la barba dal barbiere del convento e poi si è offeso perché i frati non raccoglievano i peli della sua barba come reliquie I francescani dopo un po' di questo fra Giovanni e di Vicenza non ne possono più e Salimbene racconta con grandissimo godimento quello che è successo dopo.
24:49
Dice c'era uno dei nostri frati, un fiorentino, dice Salimbene, frate di Ottisalvi da Firenze e Salimbene dice, questo è molto interessante, si sa che ai fiorentini piace sfottere, piace beffare, che sono dei gran burloni, ecco siamo... 50 anni prima di Boccaccio, ma è già uno stereotipo, i fiorentini sono così, a loro piace fare scherzi anche cattivi, allora dice Salimbene con grande divertimento e approvazione, il nostro frate Dieti Salvi è andato al convento domenicano dove c'era Fra Giovanni, l'hanno invitato a pranzo, lui dice sì sì va bene resto a pranzo però voi qui avete il santo, voi qui avete il santo, io...
25:33
Non posso andare via senza una sua reliquia, se volete che resti a pranzo datemi una reliquia del santo, un pezzo della sua tunica, un brandello della sua tunica. E i Domenicani, contentissimi che il loro santo sia così ammirato, vanno, prendono una vecchia tunica, ritagliano un pezzo e gli danno un pezzo della tunica.
25:50
Dopodiché racconta Salimbene, ripeto, con grande divertimento ed entusiasmo.
25:55
Mangiano, dopo aver ben mangiato, frate Dieti Salvi va a espletare le sue funzioni corporali.
26:03
Va alle latrine, voi mi scuserete ma questa gente del Medioevo sapeva coniugare un'altezza intellettuale a volte vertiginosa con un grande interesse per la corporalità, per il basso, per le cose più ignobili, anzi per loro era importante l'equilibrio fra queste due cose, pensate a Dante.
26:24
E qui è la stessa cosa, quindi Salimbene racconta, e io racconto, il frate Dieti Salvi va alla latrina e naturalmente poi si pulisce con il pezzo di tonaca del santo che gli hanno appena dato e poi la lascia cadere.
26:40
E si mette a gridare, ai ai ai ai ai ai, ho perso la reliquia, venite a aiutarmi a tirarla fuori. E arrivano tutti i Domenicani di corsa a cercare di tirarla fuori e lui rimesta nella latrina con un bastone per tirarla fuori. Finché dopo un po' i Domenicani mangiano la foglia, capiscono quello che sta succedendo e se ne vanno tutti scornati. E Salimbene di fronte a queste storie è entusiasta.
27:06
Cosa vuol dire? Vuol dire appunto stiamo attenti perché la nostra cultura si trasforma facilmente in presunzione, vuol dire stiamo attenti perché noi viviamo nella sfera dello spirito e della cultura ma ci sono anche il corpo, la materialità e quelle cose esistono e contano, non si possono ignorare.
27:22
E vuole anche dire i Domenicani comunque sono un po' peggio di noi Francescani e questo è indiscutibile. L'altra grande certezza che c'è nella testa di Salimbene è che i Francescani sono l'organizzazione più meravigliosa che esista al mondo, sono loro che fanno tutto il lavoro, la Chiesa vive su di loro, essere un Francescano è la cosa più importante che si può immaginare, non c'è nessun altro che arrivi alla stessa altezza.
27:51
Tanto che il metro di giudizio di Salimbene per giudicare le persone spesso è quello lì, un vescovo, un papa, ha voluto bene i francescani, quelli che hanno voluto bene i francescani li hanno trattati bene e gli si perdona tutto, perché i francescani sono comunque il meglio che ci sia.
28:10
E quindi la concorrenza invece è, la concorrenza ovviamente dà fastidio, i Domenicani ancora ancora, adesso ho scherzato sui Domenicani, ma sono un grande ordine fratello, sono i mendicanti anche loro, ma ce n'è ben altra di concorrenza, perché all'epoca di Salimbene l'idea di San Francesco, di creare un movimento di gente che rinuncia alla ricchezza, che va in giro con i sandali o scalza, di gente che pratica la povertà degli apostoli, che imita Cristo.
28:39
Questa idea la stanno imitando in tanti.
28:43
E l'altra cosa che c'è ben ferma nella testa di Salimbene è che, attenzione, perché noi francescani abbiamo un esempio preciso, San Francesco ci ha insegnato come si fa questa cosa, ma non è che il primo venuto adesso si mette un paio di sandali e pretende di fare come noi, questa è una vergogna, è una cosa scandalosa.
29:01
Quando Salimbene pensa a queste cose perde il lume dell'intelletto e scrive pagine e pagine per deplorare questa concorrenza sleale.
29:11
C'è un movimento in particolare che lui conosce bene perché è nato a Parma.
29:15
È un movimento che si chiama il movimento degli apostolici.
29:19
L'ha fondato uno che si chiama frate Gerardino Segalelli.
29:23
Questo, dice Salimbene, è uno che voleva diventare francescano, ma era un cialtrone e non l'hanno voluto.
29:29
E allora lui si è fatto il suo movimento, si è creato il suo ordine. Nel nostro convento aveva visto un'immagine degli apostoli, Dice Salimbene, sapete tutti come li rappresentiamo, con i sandali, il mantello avvolto intorno alle spalle, lui ha visto quello, ha creduto di dover fare la stessa cosa e quindi ha creato questo movimento che sono dei buffoni, degli analfabeti, dei porcai, dei guardiani di pecore... che si sono messi in testa di fare come noi francescani, in realtà non sanno niente, sono analfabeti, non servono a nulla, non dicono messa, non pregano per i loro benefattori, non danno buoni consigli, non sanno disputare, non conoscono la Bibbia, sono completamente inutili, stanno tutto il giorno in piazza a guardare le donne.
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Eppure, dice Salimbene, la gente dà più elemosina a loro che a noi.
30:24
E il mondo alla rovescia e questo Gerardino Segalelli appunto, vi cito una cosa di lui perché qualcuno di voi la riconoscerà, dice Salimbene, Gerardino Segalelli era talmente analfabeta che quando andava in giro voleva lanciare un'esortazione, uno slogan alla gente che lo ascoltava, voleva dire fate penitenza, penitenziam agite, ma siccome il latino lo masticava male, borbottava una cosa e veniva fuori penitenziagite.
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Qualcuno si ricorderà che Umberto Eco ha ripreso testualmente questo brano di Salimbene nel nome della Rosa e poi anche nel film, è lo slogan che è sempre in bocca a Salvatore e al suo movimento di perseguitati, ecco Eco ha attinto a piene mani a Salimbene per il nome della Rosa.
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E dunque Salimbene...
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Io sono sicuro che tutte le cose che ho detto di lui finora non lo so, ecco non sono sicuro ma non so quanto lo rendono simpatico. Certamente diciamo è un arrogante intellettuale sicuro di appartenere a un'elite di padroni del mondo che hanno le risposte a tutto e che devono predicare, parlare, farsi ascoltare.
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C'è da dire che Salimbene, per diventare francescano, ha fatto delle rinunce che credo pochi sarebbero stati disposti a fare. Perché Salimbene di nascita era un gran signore.
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Salimbene era un aristocratico di una grande famiglia di cavalieri di Parma.
31:51
Quando noi pensiamo ai comuni italiani, non dobbiamo immaginarci soltanto questi comuni italiani pieni di laboriosi mercanti e di artigiani intenti a far soldi, non è così.
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Nei comuni italiani del Medioevo i mercanti e gli artigiani e i soldi c'erano e come, ne parleremo anche domani, ma accanto a loro c'erano i nobili, i nobili cavalieri, gente, grandi famiglie aristocratiche, fiere del loro sangue, dei loro cavalli, delle loro armi, gente che sapeva fare la guerra, quelli che costruivano le torri nelle nostre città medievali, uomini abituati a farsi giustizia da soli, a vendicarsi con la violenza dei torti subiti.
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Salimbene nasce in quell'ambiente, a proposito della vendetta a un certo punto a Salimbene scappa questa cosa, dice a Parma una vendetta vecchia di 30 anni non è considerata fuori tempo e anch'io sono di Parma, dice Salimbene. Ora Salimbene è di una grande famiglia nobile E suo padre, il cavaliere Messerguido de Adam, quando ha saputo che suo figlio si era fatto francescano, ha dato di matto.
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Perché il nobile cavaliere aveva due figli, uno il maggiore si era già fatto francescano.
33:10
C'è il secondo, va bene, rimane il secondo, anche al secondo salimbene viene in mente di farsi francescano. Per un nobile è una tragedia, rimani senza figli, rimani senza nessuno che raccolga la tua eredità. Voi dovete pensare che per i nobili dell'epoca la famiglia, la stirpa, il lignaggio, il sangue, la discendenza, lasciare qualcuno che subentri a me col mio cognome, la mia insegna, questa è una cosa fondamentale nella mentalità aristocratica. E Salimbene che era l'erede di un nobile cavaliere ha deciso a 17 anni di mollare tutto e andare coi frati.
33:47
Questa è una cosa che non capiremo mai abbastanza quanto è stata grossa e quanto è stata pesante. E infatti è stata pesante perché la famiglia ha cercato di impedirglielo.
33:58
Quando Salimbene scappa di casa e va con i francescani, certo i francescani sono già un grande ordine, importante, influente... però è pur sempre gente che va in giro scalza a mendicare di porta in porta agli occhi di un cavaliere è una vita vergognosa e per di più il mio unico figlio Messer Guido de Adam si muove e siccome appartiene all'alta aristocrazia si muove da par suo si rivolge direttamente all'imperatore Federico II e gli dice guarda che mio figlio è scappato coi frati fammelo restituire Questo è il livello a cui si muove la famiglia di Salimbene e l'imperatore Federico scrive al generale dei Francescani, frate Elia, dicendogli così e così mi risulta tu vedi.
34:47
Questo ragazzo cerchiamo di restituirlo al padre, a meno che non voglia a tutti i costi restare lì.
34:53
E con questa lettera Messer Guido de Adam va al convento dove si trova Salimbene, è finito nel convento di Fano in Romagna.
35:01
Il padre arriva lì brandendo la lettera dell'imperatore e del generale dell'ordine, accompagnato da parecchi cavalieri, fa irruzione nel convento e dice ai frati voglio parlare con mio figlio.
35:13
E gli portano il figlio.
35:15
E il padre gli dice...
35:17
ma tu sei il mio erede, erediti tutto, cosa stai qua? Torna a casa.
35:23
E Salimbene che racconta questa storia 50 anni dopo, quando ormai è vecchio, Salimbene racconta orgoglioso di aver tenuto duro, al padre ha detto nel Vangelo sta scritto lasciate il padre e la madre per seguire me e io faccio così.
35:40
Più altre citazioni bibliche assortite che vi risparmio.
35:45
Voi immaginate un diciassettenne è l'età in cui col padre si litiga furiosamente anche adesso e si litigava furiosamente anche allora come in ogni epoca a quell'età lì. Salimbene al padre dice le cose peggiori dice no non voglio venire e il padre gli dice sono questi qua che te l'hanno messo in testa i frati voglio parlare con lui da solo e i frati sono costretti a accettare escono tutti ma dice Salimbene stavano dall'altra parte del muro ad ascoltare E il padre rimane solo con Salimbene e il padre dice al figlio, dice a setenne, testualmente, figlio mio, non credere a questi piscia in tonaca che ti hanno incantato.
36:25
Salimbene che scrive in latino, glossa in latino.
36:30
Non credere istis pissi in tunicis, id est qui in tunicis mingunt, cioè che oridolo spiega.
36:40
ti hanno incantato, ti hanno messo in testa queste cose, torna a casa, sali in bene e tiene duro, e dice, i frati dall'altra parte erano lì che tremavano come giunchi, temendo che io cedessi, perché se cedevo io, chissà chi altri avrebbe accettato di venire in convento, invece io ho tenuto duro, tiene duro e il padre se ne va, maledicendolo, maledice lui e l'altro figlio, li raccomanda il diavolo, non lo vedrà mai più il padre, sali in bene, 50 anni dopo, racconta questa cosa, detto 50? Sì.
37:07
50 anni dopo, racconta questa cosa orgoglioso, dopodiché dice anche sono stato premiato quella notte stessa per fortuna, ho avuto un sogno che mi ha fatto capire che avevo fatto bene, perché evidentemente è come dire il trauma, anche se lui adesso è così orgoglioso di averlo fatto, il trauma c'era di questa rottura totale col padre che lo maledice, lo manda all'inferno e per fortuna quella notte Racconta Salimbene, mi è apparsa in sogno la vergine col bambino in braccio e mi tendevano le braccia perché venissi a abbracciarli e io in sogno andavo ad abbracciarli e provavo una dolcezza come non ho mai più provato in vita mia.
37:50
E poi mi sono svegliato e avevo ancora dentro quella dolcezza che non saprei, voi sapete quando si fanno certi sogni che ti lasciano dentro, ecco queste storie qua si capisce.
37:59
Come dire, a raccontarle al dottor Freud ci sarebbe da tirarne fuori di commenti, salimbene non conosceva il dottor Freud, però per lui era davvero la vergine col bambino che gli era apparsa perché aveva visto tutto e voleva dirgli che aveva fatto bene e che lei era con lui a ricompensarlo per questo.
38:20
Padre poi ci riprova, ci riprova ancora, va dal Papa, sono perfino mezzi parenti col Papa, talmente è importante la famiglia. E Salimbene in seguito gliel'hanno detto, guarda che tuo padre era andato anche dal Papa per convincerlo a tirarti fuori dall'ordine francescano. E qui Salimbene dice una cosa caratteristica, dice io non credo che il Papa avrebbe accettato, ma...
38:46
Forse per far piacere a mio padre mi avrebbe dato un episcopato, cioè mi avrebbe fatto vescovo e si vede che questa cosa qui un pochettino gli rimane, poteva anche succedere che diventavo vescovo e invece non è successo, pazienza.
39:03
Dopodiché non finisce qui il trauma dell'essere entrato nell'ordine francescano, io credo che sia importante dire questo, siccome noi vediamo Salimbene, frate importante, uomo che ha contatto con papi e vescovi, uomo che conta, uomo di potere, è importante ricordare che quest'uomo di potere va scalzo e va in giro a mendicare per vivere e che questa cosa lui l'ha vissuta come un trauma pesantissimo, a un certo punto l'hanno mandato a mendicare, a fare la questua.
39:32
E lui si vergognava come un ladro a andare di porta in porta a fare la questua. Era a Pisa in quel momento, era nel convento di Pisa, faceva la questua e lui racconta mi trovavo in quella certa strada, stavo da un certo lato della strada perché dall'altra parte c'era il fondaco dei mercanti di Parma e io volevo evitare di incontrare qualcuno di Parma perché mi vergognavo troppo con la gente che conoscevo. Dunque faceva l'acquesto a Pisa e a un certo punto ha la sfortuna che incontra davvero uno di Parma lo stesso.
40:05
Dice mi viene incontro uno che era di Parma che io non conoscevo ma lui mi conosceva perché salimbene di una famiglia importante e questo lo prende per il saio e comincia a dirgli ma disgraziato ma cosa ci fai qui ma guardati come ti sei ridotto.
40:21
a casa di tuo padre è pieno di servi che hanno da mangiare a sazietà, e tu stai qua a mendicare, a portare via il pane a quelli più poveri di te.
40:30
E poi continua e dice, Salimbene riferisce parola per parola, dice tu a quest'ora dovresti essere a Parma, a andare in giro a cavallo, a farti vedere nei tornei, a far felice la gente che assiste ai tornei, perché i nobili cavalieri cosa fanno? Eh, quello.
40:47
A farti ammirare dalle dame, e a dar mancia ai giullari, questo dovresti fare tu adesso, non stare qui scalzo a battere alle porte e a mendicare.
40:59
Salimbene quella volta lo respinge, lo caccia via in malo modo, gli cita un po' di passi biblici, però poi dice quella sera al convento mi sono messo a pensarci, mi sono detto ma certo che se poi mi tocca andare avanti altri 50 anni così, a mendicare. Dice quella volta lì se l'è chiesto davvero, se non aveva sbagliato tutto nella vita.
41:18
Per fortuna anche quella notte gli arriva un sogno, sogna che è a Pisa a mendicare e a un certo punto lì un po' più in là nella stessa strada c'è Gesù Bambino che va anche lui con la sporta a mendicare e la Vergine che va anche lei con la sporta a mendicare e allora capisce che dopo tutto sta facendo la cosa giusta e questi sogni arrivano sempre, appunto ripeto il dottor Freud ci potrebbe assistere, questi sogni arrivano sempre al momento giusto.
41:47
Ultima rinuncia che non possiamo non menzionare, gravissima.
41:53
Dice Salimbene, la prima sera che sono entrato dai francescani mi è andata una magnifica cena.
41:58
A partire dal giorno dopo solo cavoli.
42:02
Ho mangiato cavoli tutti i giorni della mia vita.
42:05
E dice Salimbene, signorino di buona famiglia ben allevato, e io prima, a me prima, i cavoli facevano talmente schifo che non mangiavo neanche la carne se era stata cotta con i cavoli.
42:17
Ed allora invece cavoli tutti i giorni. Bene, Salimbene è dunque appunto figlio di una grande famiglia nobile, ha fatto una scelta che l'ha portato molto lontano dalla sua famiglia.
42:30
Tuttavia di questa nascita ha conservato alcune caratteristiche, proprio di modo di pensare e di sistema di valori. E io direi che la cosa che colpisce di più leggendo Salimbene è che lui è rimasto un nobile cavaliere da un punto di vista, che per lui la vera misura degli uomini è Sono la cortesia o la villania.
42:50
Gli uomini che a lui piacciono sono quelli cortesi, cavallereschi, generosi, beneducati, mentre quelli maleducati, rozzi, avari, villani, ecco, quelli non li può proprio sopportare. E questi sono i valori dell'ambiente cavalleresco, del mondo cortese in cui lui è nato. Sono quelli i valori in base a cui giudica gli uomini.
43:12
non il fatto che siano dei peccatori o no, perché tutti sono dei peccatori, figuriamoci, Salimbene ne ha viste di tutti i colori, non si fa nessuna illusione, la gente, gli uomini sono quello che sono, anche il clero è quello che è, Salimbene davvero non si fa nessuna illusione, lui ha visto in vita sua di tutto, ha visto perfino un vescovo ateo, ha visto il vescovo di Parma che in punto di morte quando gli portavano i sacramenti ha detto ma no io non li voglio tanto non ci credo, E quando gli hanno chiesto, ma allora perché hai fatto il vescovo?
43:45
Ha risposto, beh, per le ricchezze e per gli onori.
43:49
Quindi Salimbeni ha visto tutto, ha sentito raccontare di tutto, su papi, arcivescovi, podestà, imperatori, principi, re.
43:57
Lui ha un intercalare preferito, quando racconta qualcosa di veramente enorme che gli è stato riferito, di qualche personaggio importante, lui dice, ipseviderit, se la vedrà lui.
44:08
perché poi ognuno se la vedrà individualmente al momento buono quando comparirà davanti al suo creatore. E quindi ognuno se la vedrà, anche se è il Papa. Noi non dobbiamo rispettare nessuno se non c'è motivo. E questo crea una libertà di giudizio che è importante appunto nell'atteggiamento di Salimbene.
44:26
Se un potente è pieno di vizi, però è generoso, liberale, cortese, beh può andar bene tutto sommato. L'arcivescovo di Ravenna, Filippo, aveva due nipoti, ma uno era suo figlio.
44:39
E questo figlio e anche l'altro, nipote, prendevano tangenti. Se uno gli faceva dei regali, poi dall'arcivescovo otteneva tutto quello che voleva, appalti, concessioni.
44:51
Aveva anche una figlia che ha messo in convento. Ma tuttavia l'arcivescovo di Ravenne era un gran signore, ospitale, generoso, trattava bene la gente, Salimbene l'ha conosciuto.
45:00
Lui l'ha sempre trattato bene, lo invitava a pranzo, dava dai grandi pranzi, dava da mangiare a tutti, beveva del buon vino, ne dava a tutti.
45:06
quando diceva l'ufficio nel suo palazzo andava avanti e indietro nella stanza, l'arcivescovo di Ravenna, e ogni angolo della stanza aveva una caraffina di vino in fresco dentro dell'acqua gelida, e quando arrivava all'angolo si rinfrescava un po' e poi ricominciava a dire l'ufficio di vino, ma invitava, era cortese e beneducato, non come frate Elia, il generale dell'ordine francescano, che un giorno quando un gran signore è andato a trovarlo, frate Elia l'ha ricevuto seduto a tavola, su un divano pieno di imbottito di cuscini, con un bel fuoco acceso, il berretto in testa, e frate Elia, generale dei Francescani, all'ingresso di un ospite importante non si è neanche alzato per riceverlo.
45:51
Questa dice Salimbene, ecco.
45:53
Tutti hanno detto che uno così, ecco, non ci sono parole, non si può essere così. La maleducazione, la villania e l'avarizia sono le peggiori cose che si possano immaginare.
46:07
Io dovrò tagliare, signori miei, perché qui si fa tardi, ve l'ho detto che sono 900 pagine, vero, la cronaca di Salimbene, ci sono alcune cose che voglio raccontare per forza e quindi scorcerò qua e là.
46:20
Vorrei fermarmi un pochino su questo fatto del cibo, del mangiare, perché è di nuovo importante, insomma il mio impegno è anche di provare a farvi capire cosa hanno in testa queste persone. Ecco, il mangiare e il vino sono cose importanti. Questo è un mondo ancora semplice dal punto di vista materiale, è un mondo ancora povero, dove il ricco è ancora quello che mangia in abbondanza.
46:41
E dunque le persone si giudicano anche da quelle e queste cose sono importanti, sono importantissime. Qual è un comportamento che Salimbene giudica fantastico?
46:50
Gli hanno raccontato che il re d'Inghilterra un giorno era fare un picnic, il picnic lo diciamo noi, ma insomma era in campagna, si era messo a mangiare su un prato con i suoi cavalieri, portano il vino, sono vicino a una fontana, di vino c'è soltanto un fiasco.
47:03
E il re dice, ma scusate, ma c'è solo questo fiasco di vino? Dice sì, non ce n'è altro, ci sono tutti i suoi cavalieri intorno.
47:10
E allora il re dice, berremo tutti insieme e verse il fiasco di vino nella fonte, dicendo ognuno può bere lì il vino e l'acqua mescolati. Questa cosa per Salimbene è un gesto fantastico perché vuol dire un uomo veramente cortese, veramente ben educato che si mette a livello degli altri. Non come fanno certi vescovi, dice Salimbene, i quali se ne stanno a casa a bere e mangiare non invitano nessuno e se hanno gente a banchetto con loro il vino migliore lo beve solo il vescovo e agli altri danno quello cattivo.
47:42
Oppure il Vescovo beve e gli altri niente.
47:45
Quando dice Salimbene berrebbero tutti volentieri perché tutte le gole sono sorelle.
47:52
Sul vino potremmo continuare perché il vino è un tema importante appunto.
47:56
A Salimbene a un certo punto raccontano che in Borgogna si fa più vino che a Cremona, Parma, Reggio e Modena messe insieme.
48:05
Qui dice non ci ho mica creduto, mi sembrava impossibile.
48:09
Poi ha fatto un lungo viaggio in Francia, che racconteremo adesso, finiremo con quello, ha fatto un lungo viaggio in Francia, è stato in Borgogna e ha visto.
48:20
Dice, è una cosa da non credere, l'intero paese è un unico vigneto. Lì non ci sono campi, non coltivano il grano, niente, fanno solo vino, lo vendono a Parigi, vivono benissimo di quello. E il vino di Borgogna, sul vino di Borgogna ci sono pagine in salimbene liriche.
48:38
Il vino bianco di Borgogna, perché a quell'epoca i nobili bevono volentieri il vino bianco.
48:44
Il rosso è una roba da cafoni, ma il bianco è il bianco di Borgogna, dorato, profumato.
48:52
Certo poi, dice Salimbeni, i francesi esagerano perché i francesi sono degli sbevazzoni, bevono, bevono troppo, quando hanno bevuto credono di poter spaccare il mondo, sono insopportabili, dice a dire la verità, bevono, poi si svegliano al mattino con gli occhi rossi, ci sposi per tutto il vino che hanno bevuto, vanno alla prima messa, vanno dal sacerdote e gli dicono... gli chiedono un po' dell'acqua in cui lui ha fatto le abluzioni rituali che gliela metta negli occhi per piacere perché pensano che con quell'acqua consacrata gli guariscono gli occhi rossi per il troppo bere e io dice Salimbene una volta quando ero in Francia ho conosciuto un frate che quando uno è venuto a chiedergli l'acqua da mettere negli occhi gli ha detto ma va via mettete l'acqua nel vino non negli occhi Dopodiché sapete come sono organizzati i francescani in Francia?
49:38
Salimbene lo sa e ce lo dice. Dice la provincia di Francia dell'ordine francescano è divisa in otto custodie, in otto settori, di cui quattro bevono vino e quattro bevono birra. Questa è la spartizione fondamentale, voi sapete, una delle grandi spaccature dell'Europa è fra l'Europa del vino e l'Europa della birra.
49:58
Ora il cibo ha una funzione simbolica, è evidente.
50:02
Ho parlato del vino finora, parliamo anche del cibo.
50:05
Salimbene ha fatto questo viaggio in Francia di cui vi parlavo e durante questo viaggio in Francia ha avuto tante avventure ha conosciuto tanta gente ha incontrato più volte il re Luigi Luigi IX il santo che proprio allora andava incrociata questa è stata un'esperienza grossa perché Salimbene anche se è uno disilluso non si aspetta niente dalla gente sa che succede il peggio però sa riconoscere gli uomini santi e ha un'ammirazione profonda per chi riesce a essere santo ecco il re Luigi era uno così il re Luigi è andato incrociata È partito dalla Francia del Nord per andarsi a imbarcare a Egmort in Provenza, ha attraversato tutto il regno a piedi, non a cavallo, a piedi col bastone e la bisaccia da pellegrino.
50:49
perché andare in crociata significa innanzitutto andare in pellegrinaggio, andare a Gerusalemme. Quindi il re di Francia ha passato mesi e mesi a attraversare a piedi il suo regno in abito da pellegrino, fermandosi nelle città, fermandosi nei conventi dei frati, a mangiare con loro, a discutere con loro, a parlare con loro. Salimbeni l'ha incontrato diverse volte durante questo suo viaggio.
51:12
Una volta stavano uscendo dalla città di Sainz, incontro al re, il re arriva, E il Vescovo di Sansa gli manda un regalo.
51:21
Cosa si manda in regalo a un re?
51:24
Questa appunto è un'epoca semplice, è un'epoca in cui le cose semplici, concrete, quotidiane contano. Il Vescovo in regalo al re manda un grande luccio vivo dentro una tinozza piena d'acqua.
51:39
E questo è un regalo degno di un re. Salimbene dice ai francesi il luccio piace, a lui evidentemente, lui non è un mantovano, è di Parma, a lui il luccio non piace, ma dice ai francesi il luccio piace. Stava dentro quella roba che si usa per lavare i neonati, quando uno gli toglie le fasce deve lavarli, quella roba che i toscani chiamano bigoncia. Perché interessa molto anche la lingua Salimbene, ha sempre delle notazioni sugli usi delle parole, ecco. Al re si regala un luccio ed è un regalo degno di un re, dopodiché il re entra nel convento dei Francescani e parla con loro e gli dice che lui non è venuto a chiedere soldi, la crociata la paga lui, è venuto a chiedere soltanto le loro preghiere e dice Salimbene tutti i frati francesi piangevano.
52:20
Lui che è italiano è un po' meno coinvolto naturalmente, specialmente dal fatto di non chiedere i soldi, ma comunque tutti i francesi piangevano. Dopodiché vanno a pranzo col re. E il pranzo del re, io vediamo se lo ritrovo, il pranzo del re è questo. Salimbene se lo ricorda ancora a molti decenni di distanza, cosa hanno mangiato quel giorno col re.
52:45
Il modo di concepire un pranzo della gente di quell'epoca era molto diverso dal nostro, i gusti erano diversi, soprattutto non c'era la nostra idea di una gradazione per cui si comincia con i salati, poi si passa ai dolci, no, loro mescolavano volentieri cose diverse.
53:00
Questo hanno mangiato quel giorno, era un giorno...
53:03
Di magro si mangiava pesce.
53:05
È stato, dice Salimbene, un pranzo magnifico, degno di un grande re. E tuttavia al tempo stesso, vedrete, non è stato un banchetto da ricco e pulone. È una cosa degna di un grande re che però è anche un grande santo. Dice, per prima cosa, quel giorno abbiamo mangiato ciliegie.
53:22
Poi hanno portato il pane bianco, bianchissimo, e il vino.
53:27
Poi sono venute fave fresche, cotte nel latte.
53:31
Poi pesci e gamberi.
53:34
E polpette di anguilla, poi riso con latte di mandorle e polvere di cinnamomo, poi anguille alla braccia con un'ottima salsa, torte salate, giuncata, frutta.
53:50
Un grande pranzo, però appunto per chi faccia i confronti con altri pranzi di cui parla Salimbene, questo appunto è un pranzo che è degno della magnificenza di un re ma al tempo stesso non smentisce l'umiltà di quest'uomo che è un santo e sta andando a piedi a imbarcarsi. Perché Salimbene ne conosce ben altre di storie di pranzi e di menù che non sono altrettanto dignitose. Per esempio il modo in cui il patriarca di Aquileia celebra la Quaresima.
54:21
Salimbeni lo racconta, dice, i patriarchi di Aquileia le farebbero meglio a cambiare sistema, veramente. Comunque dice, mi risulta che fanno così. Quaresima dura 40 giorni, deve preparare al grande momento, alla grande tristezza del venerdì santo e poi alla gioia della risurrezione. Dura 40 giorni, è un cammino di avvicinamento, quindi il patriarca di Aquileia la quaresima la celebra così. Sono 40 giorni, il primo giorno fa servire un pranzo di 40 portate.
54:49
Il secondo giorno 39, il terzo 38 e in questo modo arriva il sabato santo con una sola portata e si è veramente avvicinato gradualmente al digiuno e alla penitenza.
55:02
Dice Salimbene veramente Cristo ha digiunato 40 giorni e 40 notti nel deserto e i patriarchi di Aquileia farebbero meglio ricordarselo.
55:11
Ecco, io sono arrivato quasi alla fine, anzi alla fine del mio tempo, quindi chiuderò rapidamente, ci sono tante cose ancora di Salimbene che andrebbero dette, qualcuna l'ho messa addirittura nel programma del nostro festival e non l'ho ancora detta, il fatto che ogni tanto gli scappano anche dei giudizi ingenerosi indubbiamente, perché lui è un gran signore che non guarda in faccia nessuno e le cose le dice come stanno, se deve dire male di un papa dice male di un papa, se deve dire male di un popolo dice male di un popolo, non gliene importa niente.
55:39
nella nostra Italia di oggi così spaccata così attraversata da tensioni anche regionali magari non fa ridere però ormai l'ho messo nel programma del convegno del convegno del festival quindi lo diciamo lo stesso sale in bene a un certo punto se la prende con quelli dell'Italia meridionale dice quelli dell'Italia meridionale sta raccontando l'epoca in cui i normanni hanno conquistato l'Italia del sud dice i normanni l'hanno conquistata facilmente perché quelli lì non sanno combattere non sono capaci non valgono niente a quelli lì pugliesi siciliani dice Ve lo dico nel latino di Salimbene e voi scoprirete di sapere tutto il latino, di capirlo perfettamente.
56:15
E poi fa un'altra annotazione, dice parlano in un modo strano quelli del sud, parlano nella gola, quando vogliono dire che vuoi, dicono che boli.
56:33
Da questo impariamo se non altro che già allora gli italiani appunto erano faziosi e non amavano niente quanto dir male gli uni degli altri. Io mi fermerai piuttosto sulla notazione linguistica, come vi dicevo Salimben è molto sensibile alla lingua, ci sta attento. Nella cronaca spesso cita frasi in francese che ha sentito, ha orecchiato e poi osserva delle cose, per esempio l'uso dei pronomi. Dice il tu e il voi, dovrebbe essere regolamentato, si dà del tu in certi casi e si dà del voi in certi altri.
57:01
Il lei non esisteva ancora nell'italiano di allora, o il tu o il voi.
57:06
E Salim bene dice, però in realtà in Italia non si fa mica così, ogni zona d'Italia fa a modo suo. Quelli del sud e di Roma danno del tu a tutti, danno del tu anche al Papa.
57:15
Poi magari lo chiamano Messer, ma gli dicono tu Messer Papa.
57:20
E invece i Lombardi, e dicendo i Lombardi lui intende anche se stesso, tutti gli italiani del nord, Lombardi nell'italiano di allora significa tutta l'Italia del nord, i Lombardi, dice Salimbene, danno del voi a tutti, dare del voi a un bambino va bene, ma i Lombardi danno del voi anche a una gallina, a un gatto, darebbero del voi anche a un pezzo di legno.
57:41
E qui, e qui chiudo davvero, l'ultimo aspetto della mentalità di Salimbene, che mi pare il caso di sottolineare, è la sua estrema curiosità. Lui è attento a tutti.
57:51
E' attento a cogliere le cose strane, è attento a cogliere le cose nuove, è attento a raccogliere le notizie che arrivano, è attento a notare le differenze.
58:01
In campo alimentare per esempio, a un certo punto verso la fine, lui è vecchio ormai, va per i 70, a un certo punto lui dice, certo che la golosità umana non ha proprio limiti.
58:11
diventiamo sempre più golosi e si inventano sempre cose nuove quest'anno alla festa di Santa Chiara ho mangiato per la prima volta ravioli senza crosta di pasta cosa voglia dire questo a me ha lasciato molto perplesso Devo dire, inizialmente pensavo che volesse dire il raviolo senza la sfoglia intorno, cioè soltanto il ripieno del raviolo, poi mi son detto che probabilmente è un po' diverso, nel medioevo cucinavano molto volentieri le cose al forno dentro le torte salate di sfoglia.
58:43
il pie inglese ripieno di carne ecco che noi consideriamo un po' barbaro in effetti è un piatto medievale è rimasto tale quale loro cucinavano volentieri così dunque può anche darsi che lui fosse abituato a mangiare i ravioli passati poi al forno dentro una torta salata e che lì invece per la prima volta gli erano portati senza l'esterno non lo so chiederemo a Massimo Montanari come giudicare questo fatto ma il punto che mi interessava sottolineare è che a lui nulla sfugge e scrive le cose che lo colpiscono le scrive Va in Francia, si accorge che in Francia del nord in certe stagioni i giorni sono più lunghi che in Italia e in certe altre sono più corti e lo scrive.
59:22
Si imbarca a Genova per andare in Provenza, si accorge che il clima è diverso, dice sono partito da Genova che i mandorli erano in fiore, sono arrivato in Provenza, sui mandorli c'erano già i frutti grossi così, Provenza fa più caldo evidentemente.
59:37
Si trova in Francia sempre durante il suo grande viaggio quando era giovane ad accogliere il re fuori dalla città di Sainz e dice dalla città di Sainz è uscita la processione delle dame della città ad accogliere il re. Io le ho guardate, mi hanno detto guarda le dame della città, le ho guardate e mi sono detto ma a me mi sembrano più delle cameriere queste.
59:56
E poi mi sono ricordato che in Francia i gentiluomini e i nobili non stanno in città, stanno nei loro castelli, non è come da noi in Italia che nelle città vivono i nobili cavalieri, qui nelle città ci vivono soltanto i mercanti, gli artigiani e si capisce che le loro donne fossimo stati a Parma, le dame di Parma avrebbero fatto tutta un'altra figura.
60:17
Dunque la curiosità, l'attenzione alle differenze, sempre in un clima diciamo però di conoscenza di come sono gli uomini, però una conoscenza è curiosa. l'ho già detto otto volte, lo dico per la nona, qui davvero chiudo, una conoscenza che comunque, secondo me, giudica raramente ed è sempre attenta a cogliere gli aspetti umani delle cose. E in questo lui è molto diverso, per esempio, dall'imperatore Federico II. L'imperatore Federico II, che lui appunto ha conosciuto, a cui ha voluto anche bene, poi pensava che fosse lui l'anticristo, poi ha saputo che era morto e ci è rimasto malissimo.
60:48
Ecco, l'imperatore Federico II era un uomo fuori dal normale, aveva anche lui delle curiosità. ma era delle curiosità malsane, erano delle curiosità di uno che non è tanto umano.
60:59
Ne racconto solo una che racconta Salimbene, dice l'imperatore Federico II a un certo punto si è messo in testa di capire qual è la lingua primigenia dell'umanità. Perciò ha preso dei bambini neonati e ha dato ordine alle nutrici di allevarli, senza però fargli nessuna coccole e senza parlargli mai.
61:19
Voleva vedere in che lingua avrebbero parlato.
61:22
se avrebbero parlato in greco, o in latino, o in ebraico, o in arabo, o magari nella lingua dei loro genitori.
61:30
Ma dice Salimbene, ha sprecato il suo tempo perché quei bambini morivano tutti.
61:35
E poi Salimbene dice questa cosa che a me sembra straordinaria, per forza morivano tutti, perché i neonati non possono vivere senza le coccole, i sorrisi, i battiti di mano, le carezze, le chiacchiere delle nutrici. Non possono vivere.
61:50
E questa cosa, l'imperatore Federico II che era un genio, beh lui non era abbastanza umano per capirla evidentemente, invece sale in bene con tutti i suoi difetti, è abbastanza umano da capirla e da saperla. E dunque appunto quello che io spero di essere riuscito a trasmettere è che quest'uomo che sotto tanti aspetti era tanto diverso da noi e che era pieno di difetti però insomma, ecco, ci ha lasciato un'opera da cui viene fuori un uomo insomma. un uomo tutto a 360 gradi, io ve ne ho potuti dare soltanto degli assaggi, dei pezzetti, però è un uomo che quando uno legge quelle cose impara a conoscere, diventa uno che conosci e io spero insomma un pochino di avere trasmesso qualche cosa di questo stasera, grazie.
63:01
Bene, buonasera di nuovo. Allora, questa sera io mi sono impegnato a parlarvi di un mercante del Medioevo, a cercare di capire come pensava e come vedeva il mondo un mercante del Medioevo. Questo mercante è Dino Compagni, che è un mercante fiorentino vissuto fra 200 e 300, più o meno contemporaneo di Dante, e che ci ha scritto un piccolo libro.
63:28
Chi c'era ieri sera ricorda che Fra Salimbene ha scritto una cronaca di 900 pagine. Dino Compagni ha scritto un piccolo libro, molto più maneggevole, in cui ha voluto raccontare certe cose importanti che sono successe a Firenze quando lui non solo abitava lì, ma era anche un uomo che contava a Firenze, Dino.
63:47
E in questo senso mi sono detto che forse a pensarci meglio, anziché dirvi come pensava, come vedeva il mondo, un mercante del Medioevo, Avrei forse fatto meglio a dire come vedeva il mondo un politico del Medioevo, perché in realtà Dino è innanzitutto un uomo di politica. Il Dino che si racconta in questa cronaca è innanzitutto uno che ha fatto politica a Firenze e che ci racconta cosa voleva dire fare politica nella Firenze dei comuni, nella Firenze dei Guelfi e dei Ghibellini, dei Bianchi e dei Neri.
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Non era uno scherzo fare politica in quel mondo, ben inteso.
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Dino naturalmente è un mercante, è un imprenditore, è un imprenditore che appartiene alla corporazione di Por Santa Maria, che ha questo nome un po' curioso, è una corporazione fiorentina che si occupa di grande commercio, che si occupa di import-export di panni. Dino ha una sua ditta importante, è un uomo ricco, però è un uomo che per una certa fase della sua vita fa politica, si trova al governo della città.
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poi le cose gli vanno male, la sua parte viene sconfitta, viene buttato fuori dalla politica, continua a vivere a Firenze, continua a fare il suo mestiere di imprenditore, e però ha dentro questa cosa che lo rode, che lui per un po' di tempo è stato al potere, ha cercato, dice lui, di evitare che le cose andassero così male come stanno andando, e adesso che vede che le cose vanno veramente male, E lui rimpiange un po' gli anni in cui è stato seduto su quelle poltrone e aveva la possibilità di incidere, insomma.
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E dice almeno mi è venuta voglia di scrivere, di scrivere per raccontare se non altro quello che ho visto, che non sono cose edificanti per niente, dice. Mi è venuta voglia di scrivere, per un po' di tempo ho tenuto duro perché dicevo tanto non sono capace, è un mercante, non sa il latino.
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Non è come Fra Salimbene che abbiamo conosciuto ieri sera che il latino lo sa perfettamente, pensa in latino, è in grado di scrivere. No, no, Dino scrive in italiano.
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Sa leggere e scrivere come sa far di conto perché è un uomo di commercio, è un uomo d'azienda, deve saper tenere i conti.
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Ma il latino non lo sa o lo sa poco. Lui scrive in italiano, in toscano. Dice pensavo di non essere capace.
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Poi soprattutto dice ho lasciato perdere per un bel po' credendo che altri scrivesse.
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E questa è una cosa che secondo me è significativa, a me ha colpito. Voi capite, siamo in un mondo dove non ci sono i giornali, la televisione, non c'è niente.
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Succedono grandi avvenimenti, la politica ha i suoi conflitti anche violentissimi, ci sono grandi cambiamenti nel potere, nel governo, avvengono queste grandi cose e in futuro cosa ne sapranno?
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E in futuro ne sapranno qualcosa se qualcuno scrive, perché se non c'è qualcuno che scrive si perderà la memoria di tutto questo. Edino dice io credendo che altri scrivesse per molto tempo ho lasciato perdere, poi gli è venuta voglia di scrivere lui, di dire la sua.
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E quindi dice la sua.
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Però appunto, la sua è la voce di un uomo che è stato in politica, che è stato influente, che poi a un certo punto ha perso, è stato buttato fuori e quindi noi ovviamente ci dobbiamo fare la tara sui giudizi di valore.
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Però a noi non interessa qui decidere se era meglio i guelfi o i ghibellini, meglio i bianchi o meglio i neri. Qui, come dire, la scommessa è provare a capire come vedeva il mondo Dino Compagni, mercante della corporazione di Port Santa Maria al tempo di Dante.
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E allora? Cominciamo a raccontare come mai un mercante come Dino Compagni, un imprenditore, si trova a un certo punto al governo della città.
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Non è una cosa così ovvia, perché...
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non voglio richiamarmi sempre a quello che ho detto ieri perché magari tanta gente che c'è qua giustamente ieri non c'era, però ieri abbiamo parlato di un frate francescano che però era di nobile famiglia, apparteneva a una grande famiglia di cavalieri di Parma, ecco nei comuni italiani c'era una nobiltà di grandi famiglie, nobili, gente che aveva degli antenati, uno stemma, delle terre, dei castelli, delle torri in città, dei cavalli, delle armi, l'abitudine a combattere, l'abitudine a partecipare ai tornei, questi gentiluomini, come li chiamavano loro, per tanto tempo erano stati quelli che avevano comandato nelle città.
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Comandavano loro, i mercanti stavano a bottega, stavano al fondaco, gli artigiani stavano a lavorare, nei comuni comandavano i nobili, comandavano i cavalieri.
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E l'ammirazione per i nobili, per i cavalieri, per questa gente che appartiene a un mondo superiore, socialmente dico, fa ancora parte della visione del mondo di Dino Compagni. Dino Compagni che è un mercante non è uno di loro e anzi con loro, lo vedremo, non avrebbe neanche nessun interesse in comune, anzi con i nobili lui quando è in politica ha in realtà degli scontri durissimi, però per un uomo di quell'epoca non i gentiluomini i cavalieri sono ancora qualche cosa insomma di fronte a cui istintivamente uno si leva il cappello davanti ai cavalieri voi pensate che a Firenze ci sono una serie di abitudini Dino le racconta una volta era un funerale si seppelliva una donna dei frescobaldi c'era un sacco di gente in piazza e come si usa da noi a Firenze tutti i cittadini sedevano a terra su stuoie Nel Medioevo avevano pochi mobili e si sedevano a terra con una facilità, una disinvoltura con cui oggi noi non lo faremmo più.
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Dice Dino, come si usa da noi a Firenze, al funerale tutti i cittadini erano seduti per terra su stuoie, tranne i cavalieri e i dottori, quelli erano seduti su panche più in alto.
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I dottori sono i laureati dell'università, vabbè non mi soffermerò sul fatto che il prestigio dei professori universitari è una volta, vabbè comunque, una volta è la maggiore, ma comunque in ogni caso i cavalieri e i dottori, i laureati in legge, i giudici, ecco quelli stavano sulle panche, gli altri sotto.
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E non è soltanto una questione di onore, i cavalieri sono i cittadini che contano di più da tutti i punti di vista.
70:23
A un certo punto a Firenze hanno esiliato un certo numero di cittadini per ragioni politiche.
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Poi si pentono, si accorgono che si sono sbagliati, li fanno tornare e gli danno un risarcimento, dice Dino. Ma di più ai cavalieri e di meno agli altri. Perché essere cavaliere significa comunque essere l'elite della società.
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I cavalieri, voi capite, sono necessari. Mandi un'ambasciata al Papa. Chi ci mandi? Un ciabattino?
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Il ciabattino può anche stare al governo come vedremo a Firenze ma nell'ambasciata al Papa ci devi mettere dei cavalieri della gente che è abituata a stare in società, a frequentare i potenti, che è ben educata e poi i cavalieri sono necessari in guerra perché è vero che il comune quando fa la guerra chiama tutti a combattere e quindi tutti i cittadini, gli artigiani, i mercanti, tutti organizzati in compagnie di quartiere, tutti a piedi con le loro lanci, i loro scudi, sì ma Però i nobili che sanno stare a cavallo, che hanno le armature, che passano la vita a combattere nei tornei, i nobili cavalieri senza di loro non si fa un esercito.
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Sono loro quelli che vincono le battaglie, non la massa dei plebei, dei borghesi inquadrati nelle loro compagnie di fanti.
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Quindi i nobili sono fondamentali per la vita del comune e per tanto tempo hanno comandato loro.
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E i nobili...
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Mi accorgo che io vi devo parlare di come vedeva il mondo Dino Compagni e invece vi sto parlando degli altri, di quelli che erano diversi da lui, di quelli che lui guardava dal basso e che si trovava sulla testa.
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Un mercante di allora viveva in una città italiana e sulla sua testa c'erano i signori, c'erano i nobili.
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Non importa se il comune è democratico e tutti votano, i nobili contano.
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I nobili condividono un sistema di valori, l'ideologia cavalleresca, dove uno deve sapersi sacrificare, deve sapersi far ammazzare in battaglia se ce n'è bisogno, dove l'onore è al centro di tutto.
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Dino Compagni a un certo punto racconta una grande battaglia, anzi è il punto di partenza della sua cronaca, una grande battaglia in cui i fiorentini hanno sconfitto Arezzo, 1289, la battaglia di Campaldino, dove ha combattuto anche Dante, che era un nobile, tra i cavalieri di Firenze. E Dino dice che quella battaglia è stata durissima, c'è della gente che si è fatta ammazzata, piuttosto che arretrare c'è anche chi è scappato mentre si pensava che dovesse fare chissà cosa e poi invece è scappato ma molti si sono battuti molto bene e dice Dino quel mattino prima della battaglia si erano armati dei nuovi cavalieri cioè un certo numero di giovani nobili erano stati addobbati cavalieri con il rituale che trasforma di un uomo qualunque in un cavaliere la spada posata sulla spalla e Ed è ovvio che un giovane che è stato armato cavaliere quel mattino, se poi c'è la battaglia al pomeriggio, si fa ammazzare piuttosto che far brutta figura.
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Quindi i valori dei cavalieri sono centrali in questa società.
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E per tanto tempo i mercanti come Dino, se ne sono stati al negozio, al fondaco, all'impresa, a scambiare denaro, a scambiare merci, a comprare tessuti, a fare l'import-export, sapendo che questo loro lavoro fruttava tanti soldi, sì, però rispetto alla vita dei cavalieri che vanno in giro a cavallo, che hanno le proprietà terriere, che non lavorano, rispetto a loro un mercante è sempre un po' un poveraccio nella prospettiva ancora di quella generazione.
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dunque per tanto tempo i nobili cavalieri hanno comandato a Firenze come in tutte le città italiane e i mercanti come Dino sotto a ubbidire e a lavorare e a fare i soldi e a pagare le tasse però i nobili sono anche ingombranti è pesante una città gestita da questo tipo di gente questa è gente che va in giro armata che ha sempre la spada al fianco in qualunque momento e che la tira fuori se c'è qualcosa che gli dà fastidio I nobili pensano solo alla guerra, sanno farla, sanno combattere e hanno la tendenza spiacevole a tirar fuori la spada anche in situazioni dove magari i due mercanti si metterebbero a discutere e provare a mettersi d'accordo.
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I nobili no.
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I nobili occupano i posti importanti, non solo nel comune, nella vita politica, ma anche nella chiesa. I vescovi sono tutti nobili.
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Poi magari sono come quel vescovo di Arezzo, di cui racconta Dino Compagni, Guglielmino degli Ubertini, il quale, dice Dino Compagni, il vescovo di Arezzo, sapea meglio gli uffici della guerra che della Chiesa.
75:10
E in effetti in guerra si farà ammazzare alla testa della cavalleria di Arezzo alla battaglia di Campaldino. Questi sono i nobili.
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I nobili sono organizzati in famiglie.
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Dino Compagni, quando descrive la società, vede innanzitutto al vertice quello che lui chiama le famiglie.
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Se vi evoca un panorama un po' mafioso non vi sbagliate perché siamo lì. I nobili sono le famiglie perché i nobili hanno tanti parenti. Un cognome importante, spesso solo i nobili hanno il cognome. Dino Compagni ha un cognome perché è già un borghese ricco ma la maggior parte dei fiorentini non ha neanche un cognome. Si chiamano Dino, Di Giovanni, Di Andrea, Di Bartolomeo.
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Invece i nobili sono i cavalcanti, i brunelleschi, i tozinghi e così via.
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I nobili sono le famiglie.
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e ogni famiglia è numerosa, dice a un certo punto, i cavalcanti, c'è stato un litigio tra diverse famiglie contro i cavalcanti, e i cavalcanti erano forti, solo loro erano 60 uomini capaci di portare le armi.
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Voi capite che se uno deve andare in piazza, si sta facendo politica, dobbiamo andare in piazza, e solo della nostra famiglia siamo in 60 che vanno in piazza a cavallo con l'armatura, e beh, quello pesa.
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E queste famiglie...
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Queste famiglie sono pronte ad ammazzare per difendere il loro potere, per difendere il loro onore, per difendere i loro interessi. Queste famiglie sono delle consorterie di potere dove non è che ci si vuole bene ma gli interessi sono quelli che tengono insieme tutto.
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C'è un passo straordinario in Dino.
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sta raccontando una cosa che è successa ad Arezzo.
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C'era appunto quel tal Vescovo che vi dicevo prima, il Vescovo di Arezzo, che si intendeva più di guerra che di chiesa, il quale dice Dino... Cioè a un certo punto c'è stato un problema politico, il Vescovo ha tradito la sua parte, ha tradito la sua famiglia, ha cercato di accordarsi con i fiorentini mentre i suoi amici e parenti volevano fare la guerra contro Firenze. Allora dice Dino...
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Ad Arezzo si sono un po' seccati per il fatto che il vescovo stava negoziando col nemico e quindi, dice Dino, come se fosse la cosa più normale del mondo, decisero di farlo uccidere.
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Dunque il governo di Arezzo, riunito, dice qui il vescovo ci sta dando fastidio quindi lo facciamo ammazzare.
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Nel consiglio di Arezzo c'è anche un parente del vescovo, Messer Guglielmo De Pazzi.
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Messer Guglielmo De Pazzi, suo consorte, cioè membro della stessa consorteria familiare del Vescovo, quando sente questa cosa che si discute di farlo ammazzare il Vescovo, Messer Guglielmo De Pazzi, che era nel Consiglio, disse che sarebbe stato molto contento se l'avessero fatto, non l'avendo saputo.
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ma essendo richiesto non consentirebbe. Cioè, in altre parole, se lo facevate senza dirmelo a me andava benissimo, perché sono d'accordo anch'io che questo vescovo è veramente asseccato. Però è un mio parente, quindi non potete chiedermi che io voti per farlo ammazzare in Consiglio Comunale. Mi dispiace, ma io non posso votare per farlo ammazzare. Ecco, questo è il modo...
78:27
Questo è il modo in cui i nobili fanno politica. I nobili fanno politica e hanno sempre la spada al fianco e sono pronti a tirarla fuori. E la gente come Dino non ha la spada al fianco. I mercanti lavorano, fanno soldi, non hanno la spada, non vanno in giro a cavallo e non hanno neanche tanti parenti quanti ne hanno i nobili. Dino Compagni in tutta la cronaca non parla mai di un suo parente.
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Per i nobili la famiglia è tutto, i parenti vengono fuori continuamente, tutto gira intorno alla parentela. Dino non ne ha di parenti, è un uomo che si è fatto da solo, è un self-made man veramente, come tanti di questi popolani di Firenze.
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I nobili hanno gestito Firenze per tanto tempo ma non l'hanno gestita pacificamente perché fra loro si scannano.
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Fra loro si scannano per interesse, si creano raggruppamenti di famiglie.
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A un certo punto sono nati, lo sapete tutti, i Guelfi e i Ghibellini.
79:27
Quelli che vorrebbero che il mondo fosse comandato dal Papa e quelli che vorrebbero che il mondo fosse comandato dall'Imperatore.
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Ma in realtà uno diventa Guelfo?
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perché la famiglia nobile rivale sta con i ghibellini e quelli ci hanno fatto uno sgarbo tanti anni fa. Quale sgarbo? Non ci ricordiamo neanche più veramente, però si sa che con quelli siamo nemici e se loro sono ghibellini noi siamo guelfi.
79:54
A Dino compagni di tutto questo non importa niente. Lui è un uomo d'affari che pensa a fare i soldi e a importare i panni dalla Francia.
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però sa che nella sua città per tanto tempo hanno dominato queste fazioni di grande famiglie nobili, le maladette parti, perché è proprio questa divisione della città in partiti che per la gente come Dino è il punto di partenza di tutti i mali, se fossimo tutti uniti ne riparleremo, invece non siamo tutti uniti.
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Queste clientele che si costruiscono intorno alle grandi famiglie sono forti, sono radicate, non sono solo i nobili, hanno i loro seguaci. Una grande famiglia nobile possiede tante case in città, le dà in affitto, possiede botteghe, le dà in affitto. Se tu sei un affittuario degli uberti stai con loro, se sei un imprenditore che lavora per gli uberti stai con loro comunque.
80:50
Gli uberti, lo sapete, sono la grande famiglia ghibellina che a un certo punto viene cacciata da Firenze quando vincono i Guelfi e non torneranno mai più.
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Tutti ricordano Farinata degli uberti nell'inferno di Dante.
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Dino racconta che a un certo punto c'è una tregua, c'è un momento di tregua in cui si fa una cosa che non si era mai vista. Si mettono d'accordo e lasciano rientrare i ghibellini esiliati a Firenze. durerà pochissimo dopo pochi mesi litigano li ributtano fuori ma in quel momento che i ghibellini esiliati sono tornati a Firenze e per la prima volta sono tornati gli uberti a Firenze e si sono visti gli uberti entrare a Firenze a cavallo con i loro scudi con il loro stemma dice Dino si vedeva tanta gente vecchi ghibellini uomini e donne che correvano a baciare lo stemma degli uberti Dopo 50 anni che gli uberti erano esiliati dalla città.
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Quindi queste parti sono radicate, sono profondamente radicate, questo è un mondo fazioso, faziosissimo, dove a differenza della nostra faziosità politica di oggi, loro hanno uno sfogo maggiore, quando proprio non ne puoi più gli altri li ammazzi.
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Di fronte a questa situazione la gente come Dino a un certo punto non ne può più.
82:13
La gente comedino che vorrebbe lavorare, fare i soldi, in una città pacifica, a un certo punto decide che i nobili sono la maledizione di questa città.
82:23
Se non ci fossero i nobili si starebbe tanto bene, tutti a lavorare, niente Guelfi, niente Ghibellini.
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E allora nasce quello che loro chiamano il governo di popolo.
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Popolo è una parola grossa. Popolo vorrebbe dire tutti tranne i nobili. In realtà a Firenze popolo vuol dire...
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come dire, la brava gente che paga le tasse, quindi innanzitutto gli imprenditori, quelli che hanno bottega, che hanno un'impresa, quello è il popolo.
82:51
A Firenze fanno a un certo punto un governo di popolo che sarebbe, come dire oggi, un governo della confindustria sostanzialmente.
83:00
Al vertice del comune mettono una giunta di sei priori, E questi sei priori sono nominati dalle corporazioni. Le corporazioni sono le organizzazioni confindustriali, loro ne hanno tante, i pellicciai, gli imprenditori della seta, quelli della lana, i notai, i medici.
83:20
Il governo è in mano a questi.
83:23
Ed è in questa fase che un uomo comedino si trova al governo perché finché comandavano i nobili gli uomini comedino stavano a bottega.
83:30
Quando Firenze a fine 200 fa questo esperimento di democrazia allargata, allargata fin dove si può perché gli operai di Dino non stanno al governo, lui però che è un imprenditore che di fronte ai nobili Buondelmonti si toglie il cappello invece si trova fra quelli che vanno al governo e spesso si trova in un organismo di potere.
83:54
Tenete conto che il governo di una città italiana comunale è fatto di infinite commissioni, sotto commissioni, consigli, giunte, fatte di sei uomini, di dodici, di diciotto, di quattro, che durano pochissimo, li cambiano continuamente, al massimo stanno in carica un anno, ma spesso stanno in carica anche molto meno. I sei priori che rappresentano il vero governo della città, che prendono le decisioni decisive, se così si può dire, I sei priori cambiano ogni due mesi.
84:25
È come se il Presidente del Consiglio e il Consiglio dei Ministri cambiassero ogni due mesi, perché a loro sembra l'unico modo per evitare che certa gente prenda troppo potere e cominci a fare troppo i suoi affari.
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Dunque queste commissioni ruotano, un sacco di cittadini vengono chiamati a partecipare al Governo.
84:44
E i nobili non sono mica tanto contenti. Il grande dramma della Firenze vista da Dino Compagni è che abbiamo fatto questo governo di popolo e noi governeremmo bene la città nell'interesse collettivo e invece ci sono i nobili con i loro amici, con i loro partiti, con le loro fazioni che pensano soltanto all'interesse loro, nessuno pensa all'interesse collettivo, all'interesse pubblico.
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E gli scontri di interesse sono frequenti.
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C'è un conflitto con Arezzo per l'appunto.
85:15
Dino e tanti altri bravi popolani sarebbero dell'idea ma perché bisogna fare la guerra contro Arezzo? Ci mettiamo d'accordo, discutiamo, non facciamola.
85:25
I nobili la vogliono fare la guerra perché a loro conviene, loro la sanno fare e se si fa la guerra sono stipendi d'oro per i nobili e bottino e vuol dire che loro conteranno e se la guerra si vince chi l'ha vinta? Noi i nobili e quindi i mercanti stessero un po' al loro posto quindi ai nobili conviene.
85:42
Alla fine la guerra si fa Con tutto che Dino era al governo in quel momento, aveva votato contro, però la guerra si è fatta.
85:49
E Dino, qui viene fuori il mercante effettivamente, Dino dice la guerra più si consuma in un D nella guerra che in molti anni non si guadagna in pace.
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E lo sa bene. È una delle poche volte in cui parla di guadagno nel suo libro. Il guadagno è la sua vita quotidiana, però lui qui parla di politica. Però anche nella politica c'entra il guadagno. E quando devi decidere la guerra, al mercante viene in mente che la guerra costa un sacco di denaro pubblico.
86:19
Se ne risparmierebbe così tanto a far la pace. Ma i nobili vogliono la guerra e si fa la guerra.
86:25
Oltretutto i nobili vogliono la guerra perché appunto in guerra contano solo l'oro.
86:30
Un'altra cosa che è ovvia nella testa di Dino e di quelli come lui è che la guerra non gli piace anche perché loro non la sanno fare, non la vogliono fare, non gli interessa. In tempo di pace il mercante può anche avere più soldi del nobile e essere più bravo di lui a amministrare ma in tempo di guerra il mercante sta a casa e il nobile è quello che comanda e i mercanti non si intromettono nella guerra.
86:56
Dunque la guerra si fa e i nobili sono sempre più prepotenti E la caratteristica della prepotenza è che non obbidiscono alle leggi.
87:06
Questa è l'altra cosa che a Dino crea ribrezzo. Abbiamo delle buone leggi a Firenze. Se solo fossero rispettate la città sarebbe prospera. Ma le leggi non sono rispettate. Perché?
87:21
Un po' devo dirlo perché ce n'è per tutti per colpa dei giudici.
87:26
I maladetti giudici, dice Dino, i quali interpretano la legge e favoriscono i loro amici e favoriscono il loro partito, ma comunque se fosse solo quello, ma il problema è che i nobili non ubbidiscono alla legge, i nobili vanno in giro armati, prova un po' ad arrestarli.
87:45
E allora la soluzione è un governo di popolo ancora più duro, che tenga i nobili al loro posto, che li rimetta al loro posto, che li costringa a ubbidire.
87:56
Ci hanno provato una volta, cito sempre Arezzo perché Dino cita spesso Arezzo che in quel momento è una città toscana importante, ad Arezzo dice Dino i nobili erano insopportabili per la loro prepotenza. hanno fatto un governo di popolo hanno chiamato uno da fuori che ha comandato ad Arezzo e ha messo i nobili al loro posto dice Dino li costringeva a ubbidire alle leggi che è già una cosa inaudita poi a Firenze è finita ad Arezzo è finita malissimo i nobili non ne potevano più si sono armati hanno preso il potere con la forza hanno rotto come dice Dino il governo di popolo Il capo del popolo lo hanno chiuso in una cisterna e lo hanno lasciato morire di fame dentro la cisterna.
88:43
E ad Arezzo il governo di popolo è finito. Ma a Firenze, che sono più tosti i popolani, a Firenze ci vogliono provare e fanno gli ordinamenti di giustizia.
88:53
Anche questi li abbiamo sentiti ricordare a scuola, Giano della Bella. Cosa sono gli ordinamenti di giustizia? In due parole, una legge straordinaria. La legge dice che i nobili non possono avere nessun incarico di governo.
89:05
In tutte le mille commissioni, sottocommissioni, consigli che governano Firenze, se uno è nobile non ci può stare. Secondo, se un nobile offende un popolano, se tira fuori la spada, deve essere punito...
89:21
Non solo lui, ma tutti i suoi parenti. Sono tutti tenuti l'uno per l'altro.
89:28
E ci deve essere un organismo armato, troviamo nel bilancio i soldi, mettiamo in piedi un corpo di polizia al servizio del popolo, che quando c'è una denuncia contro un nobile per violenza, si va lì, si arrestano tutti, si tirano giù, si radono al suolo le loro case, perché così si faceva, e così i nobili staranno al loro posto.
89:51
E si fa questo sistema.
89:54
A partire da quel momento i sei priori di Firenze sono costretti a stare barricati dentro il palazzo della Badia, non c'è ancora il palazzo comunale, e sul bilancio di Firenze si trova da pagare una guardia speciale di poliziotti per proteggerli perché la vita di uno dei priori non vale un soldo in questo momento. Se escono in strada e incontrano un nobile, ecco. E tuttavia in questa situazione di estrema tensione si riesce comunque a far passare queste leggi. I nobili esclusi dagli uffici.
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A un certo punto Dine dice, ma chi sono i nobili esattamente? Perché è facile dirlo, ma c'è un elenco, facciamolo, fanno l'elenco.
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Ogni famiglia che ha avuto un cavaliere fra i suoi...
90:37
è da considerare famiglia nobile, famiglia di magnati, se avete avuto un cavaliere non siete dei nostri, perché noi siamo quella gente pacifica che vuole lavorare e far soldi e che non va in giro armata, quindi quelli che hanno dei cavalieri sono gli altri, noi non li vogliamo, non possono governare Firenze.
90:57
I nobili ovviamente tanto contenti non sono, lo capite anche voi, i nobili sono fuori di sé dalla rabbia, Tanto più che hanno fatto la guerra contro Arezzo, l'hanno vinta, hanno vinto la battaglia di Campaldino e per tutto ringraziamento li hanno buttati fuori dal governo.
91:11
Dino lo sa che i nobili quando si ritrovano fra loro lo sa che discorsi fanno. Questi popolani cani che ci hanno cacciato dagli uffici e dagli onori della nostra città. Noi siamo quelli che demmo la sconfitta in Campaldino e adesso ci hanno cacciato dagli uffici. I nobili sono pronti a tutto per tornare al potere.
91:34
Ed è qui e in questa congiuntura che Dino comincia a essere un uomo politico importante. Voi capite che non è una situazione proprio facile da gestire.
91:43
Dino è un uomo dei mercanti, è un uomo delle corporazioni, viene spesso nominato fra i priori.
91:50
Come funziona concretamente questa politica che Dino è chiamato a gestire? Cosa vuol dire? Come funziona? Come succede?
91:57
È tutto assembleare, è tutto collettivo, perché comunque i cittadini si sentono tutti partecipi della politica. Le decisioni si prendono, ve lo dicevo, in innumerevoli consigli dove chiunque può essere nominato.
92:11
Certi consigli sono addirittura sorteggiati.
92:14
Si mettono i nomi di tutti i cittadini dentro un grande sacco e si tirano sorte.
92:18
Quindi chiunque può andare al potere. È un esperimento di democrazia molto avanzato. Siamo a fine 200.
92:27
E poi tante cose si discutono.
92:30
E' una cosa che un reduce del 68 o del 77 ci si sarebbe trovato benissimo nella Firenze di fine 200. Perché a ogni occasione cosa si fa? Si convoca un'assemblea. E nell'assemblea tutti parlano.
92:43
E poi quelli che parlano più forte sono quelli che vincono. E tutto si decide così.
92:49
Anche cosa che a noi sembra assurdo decidere in quel modo. Quando fanno la famosa guerra contro Arezzo di cui vi parlavo...
92:57
devono prendere una decisione strategica fondamentale. Cioè noi siamo i più forti, attacchiamo. Ma da che parte si passa per andare ad Arezzo? Passiamo da Valdarno o passiamo dal Casentino?
93:08
È una decisione strategica importante, ne dipendono tante altre cose. Oggi ci sarebbe il generale comandante che decide.
93:15
Invece loro radunano una grande assemblea nel Battistero di San Giovanni, che è il luogo classico dove a Firenze ci si riunisce perché il Palazzo Vecchio non esiste ancora in quel momento. E quindi nel Duomo di San Giovanni tutti i cittadini più importanti, tutti quelli che hanno delle poltrone e ricoprono degli uffici, tutti i vecchi cavalieri esperti, tutti i comandanti militari, tutti lì e tutti discutono, discutono tutto il giorno in pubblico per decidere se per attaccare Arezzo si passa dal Casentino o si passa da Valdarno. E poi per decidere, dopo che tutti hanno parlato e hanno detto il loro parere, come fanno?
93:47
Votano.
93:49
Votano con le fave bianche e nere, come si vota in tutti i consigli. Ognuno ha la sua fava bianca e la sua fava nera, poi le depositano nell'urna e si vede.
93:58
E dice Dino, si vinse di andare per Casentino. Ed era la strada peggiore.
94:04
Ma comunque, per fortuna, Dio ci ha protetti e è andato bene lo stesso. Quindi è una democrazia assembleare, dove le cose si fanno con una larghissima partecipazione.
94:14
Ed è una vita, come dire... Anche qui, l'ho già detto ieri, è un mondo semplice questo, dove ci sono dei limiti a quello che si può fare che oggi non ci immaginiamo neanche. Vi cito un altro esempio, Dino racconta questo.
94:30
C'è stato un momento di grave crisi a Firenze, è arrivato a Firenze Carlo di Valois, un principe francese, per mettere pace fra i vari partiti contrapposti, mandato dal Papa, noi dovevamo starlo a sentire per forza perché è mandato dal Papa e dal Re di Francia, però c'era poca fiducia, si aveva paura che lui volesse favorire uno dei partiti contro l'altro, come infatti poi è successo, si è visto, dice Dino. Dunque era un momento, bisognava prendere delle decisioni rapidamente. Che facciamo di fronte a questo signore che viene e che verrà a darci degli ordini? Bisognava decidere rapidamente cosa fare.
95:03
Per decidere rapidamente cosa fare, cosa si fa? Si convoca un'assemblea.
95:07
Siccome con l'assemblea tutti possono parlare c'è un palchetto con una ringhiera e gli oratori a turno salgono su questo palchetto e parlano. Edino dice noi dovevamo decidere in fretta e la gente saliva lì e parlava parlava parlava bandino falconieri non aveva niente da dire però è venuto lì ha tenuto la ringhiera impacciata mezza giornata.
95:32
E si era, dice Dino, nei tempi più bassi dell'anno, cioè era novembre. Voi capite cosa vuol dire? I giorni sono corti, quando viene buio si va tutti a casa, non si continua a star fuori a discutere, finisce la politica, quando viene buio si chiude di novembre alle 5, è pomeriggio, o hai deciso o è finita.
95:53
Non si sta fuori quando è buio. Queste sono limitazioni che noi neanche ci immaginiamo e invece loro nella concretezza della loro vita li hanno questi problemi.
96:03
E dunque, in questa politica in cui Dino si trova immerso, i soldi contano molto. È un mondo dove i soldi girano, girano tanto e contano tanto. Senza i soldi non si fa niente, non si fa la guerra e non si fa neanche la politica. Quando il Comune ha bisogno di soldi, I cittadini ricchi, i grossi finanzieri anticipano i soldi al comune e bisogna anche ringraziarli.
96:32
Poi è chiaro che quando hai anticipato i soldi al comune, poi intanto aspetti la restituzione, ma in attesa della restituzione ci sono tanti modi per farsi ricompensare. Quindi i cittadini ricchi, i grandi banchieri prestano volentieri i soldi al governo.
96:49
I soldi contano, contano in politica estera, si fa tutto con i soldi.
96:54
È raro trovare qualcuno come il Cardinale Matteo d'Acquasparta, che viene mandato a Firenze a un certo punto dal Papa, come al solito, perché voi dovete sapere che Firenze è una grande alleata del Papa. E il Papa è leggermente sconfortato di vedere che a Firenze non fanno altro che scannarsi fra parti, fra partiti, e che la città è continuamente divisa da guerre civili, da scontri. Il Papa vorrebbe mettere pace. E loro hanno una gran paura che arrivi qualcuno dal Papa con degli ordini, perché gli secca che vengano i cardinali a dargli degli ordini.
97:24
Però a un certo punto arriva il cardinale Matteo d'Acquasparta e cerca di mettere pace.
97:31
E a molta gente questa cosa dà fastidio. E finalmente si trova uno, dice Dino, uno di poco senno, che gli tira una freccia con la balestra alla finestra di casa. La freccia si pianta dentro l'impannata della finestra, non succede niente, però il cardinale ci rimane piuttosto male, sta per andarsene gettando l'interdetto su Firenze, allora bisogna calmarlo, bisogna pacificarlo. Che si fa per pacificare il cardinale? Eh, gli mandiamo dei soldi.
98:00
Il governo decide, vanno a vedere la legge, quanti soldi si possono stanziare senza dover fare una votazione a voto palese, perché se bisogna fare una votazione a voto palese non ne usciamo più.
98:10
A voto segreto si possono mandare fino a 2000 fiorini e quindi va bene, al cardinale d'Acqua Sparta mandiamo 2000 fiorini e Dino e gli altri glieli portano, anzi Dino in persona dice glieli porta, in una coppa d'argento.
98:26
Gli porta i duemila fiorini nuovi, dice, appena coniati, e gli dice al cardinale Messere guardate sono pochi, lo so, duemila fiorini sono una somma colossale, ma comunque sono pochi, ma di più non si può spendere senza fare il voto palese, quindi abbiate pazienza.
98:42
E il cardinale rispose che li aveva cari e molto li guardò e non li volle.
98:50
Ma di questi ce ne sono pochissimi appunto che i soldi non li prendono. I soldi normalmente li prendono tutti e la politica in città si fa per questo.
99:01
Il quadro che dà Dino della politica in cui lui si è trovato a operare è un quadro sconvolgente, dove dell'interesse pubblico non interessa niente a nessuno.
99:11
dove tutti sono in politica per fare gli interessi loro e dei loro parenti e del loro partito nell'ordine e quelle sono le uniche cose che importano. E dunque, lui dice, c'è continuamente la gara d'uffici. Gli uffici sono le poltrone, capite? Sono le innumerevoli poltrone che ti permettono per due mesi, magari soltanto, di prendere delle decisioni importanti. Per queste poltrone ci si scanna e si fa di tutto. Poi una volta che l'hai ottenuta la poltrona, e sai che ce l'hai solo per due mesi e quindi devi sbrigarti anche a farla fruttare a quel punto succede di tutto si compra e si vende tutto si comprano e si vendono gli appalti si comprano e si vendono i processi poi dice Dino è chiaro che in questo modo decisioni non se ne prendono mai questo devo dire fa venire un brivido nella nostra Italia di oggi quando si legge questo Dino dice ogni cosa decisa un giorno viene disfatta il giorno dopo e e lo cito ancora, il male per legge non si punisce.
100:23
Come il malfattore ha degli amici e può moneta spendere, così è liberato dal maleficio fatto.
100:31
In questa situazione appunto la posta in gioco è grossa. Stare al governo vuol dire non aver problemi con la giustizia, vuol dire che i tuoi processi vengono insabbiati e vuol dire che sei tu che metti le mani nelle tasche dei cittadini per usare ancora un linguaggio attualizzante. Perché il governo tassa. Non voglio strappare degli applausi fin troppo facili. Io sto parlando della Firenze di fine del 200.
101:00
A Firenze, alla fine del 200, i grandi problemi quali sono? La ripartizione delle imposte, il denaro pubblico, c'è il tesoro del comune e quelli che sono al potere avrebbero, giurano, di salvaguardare il tesoro del comune e invece, dice Dino, trovavano modo come meglio il potessero rubare e tiravano fuori i soldi dal tesoro, dice, sotto pretesto di ricompensare persone che avevano servito il comune.
101:30
Fino a 2000 Fiorini, si capisce, non c'è bisogno di votare, si dà e i soldi vanno fuori.
101:35
Ci sono casi scandalosi, c'è un caso in particolare che Dino nota perché veramente la gente non ne poteva più.
101:42
È morto un grossissimo capopartito, Messer Rosso della Tosa, uno degli uomini più ricchi e influenti di Firenze. Il Comune ha deciso di ricompensare la sua famiglia per i grandi servigi resi da questo capopartito.
101:57
Ha armato cavalieri a spese del comune i figli di Messer Rosso della Tosa. Ora voi dovete sapere che armare uno cavaliere è una cosa costosissima perché richiede grandi festeggiamenti, banchetti pubblici, regali, acquisto di cavalli, di armature. È una spesa enorme.
102:15
E' anche per quello che i cavalieri sono prestigiosi, perché sono pochi, ci vogliono tanti soldi per essere cavaliere.
102:21
Il Comune decide che col denaro pubblico si armano cavalieri e si coprono di regali i due figli di questo ricchissimo capopartito. E la gente...
102:31
E la gente mormora ma non può farci niente, si accontenta di prenderli in giro. La gente dice qualcuno ha fatto il conto che tutti i soldi spesi per armare cavalieri, questi due figli di papà, più o meno equivalevano alle tasse pagate dalle povere operaie che lavorano nei filatoi e che fanno la fame e che si tolgono il pane di bocca per pagare le tasse, le operaie del filatoio. Per cui dice li chiamavano i cavalieri del filatoio. E va bene, però, come dire, magra consolazione tutto sommato, perché chi è al governo con i soldi pubblici fa quello che vuole.
103:04
E ogni tanto arriva qualcuno che dice ma non è possibile, dove finiscono i soldi, bisogna vedere, bisogna fare i conti, ma Dino sa benissimo che quando arriva qualcuno a dire queste cose è perché...
103:17
La sua fazione in quel momento non è al governo e vuole buttare giù gli altri. E quindi la fazione che non è al governo è sempre pronta a chiamare i cittadini in piazza e dire ma i soldi dove sono finiti? Non è possibile che per la guerra contro Arezzo se ne sono spesi così tanti. Chi è che se li è messi in tasca?
103:34
Però Dino ci crede poco che questa classe politica fatta di grandi nobili sia in grado realmente di moralizzare la vita pubblica.
103:44
Lui si trova al governo più volte e il suo ideale è di cercare di pacificare le parti, lo dice lui, sia chiaro intendiamoci.
103:52
Dice lui che il suo ideale è di fare l'interesse comune, non fare in modo che nessun partito prevalga, mettere fine alle ruberie. Lui si trova al governo ma è stritolato da queste forze contrapposte.
104:05
Notate che come vi dicevo il governo dei sei priori dura due mesi. Dopo due mesi si sa che vanno via se ne nominano altri sei.
104:14
Bene, in certi momenti l'opposizione scende in piazza e minaccia cataclismi perché vuole le dimissioni dei priori.
104:24
Non basta che fra due mesi si dovranno dimettere comunque, richiedere le dimissioni del governo in carica è una cosa che in certi momenti si fa con estrema insistenza e petulanza dicendo che questo governo non è neutrale, vogliamo un governo veramente neutrale. Dino a un certo punto si trova costretto a cedere, lui sarebbe dei priori, è al governo, avrebbe ancora un po' di settimane in carica, ma sono talmente forti le pressioni delle grandi fazioni dei partiti che vogliono che si dimettano che loro dicono va bene, sarebbe illegale, ma noi ci dimettiamo.
104:56
Convochiamo una riunione di tutti i capi partito e nominiamo un nuovo governo.
105:01
Convocano questa riunione e Dino è molto fiero, dice io...
105:06
Ci sono due partiti contrapposti principali, i guelfi bianchi e i guelfi neri, che si scannano in piazza. Facciamo questo nuovo governo, lo facciamo paritario, dice Dino, perché è fondamentale, io non voglio fare delle porcherie. Facciamo un governo veramente paritario.
105:20
I priori sono sei, tre bianchi e tre neri.
105:25
Poi ci sarebbe una settima carica di governo, il gonfaloniere di giustizia, che è quello che comanda la polizia e quando secondo gli ordinamenti di giustizia un nobile commette un delitto, deve farlo arrestare, andare a far spianare le sue case e così via. Ecco, il settimo, il gonfaloniere di giustizia, dice Dino, non si poteva dividere.
105:46
Perciò come fanno non potendolo dividere? Vogliono fare un governo assolutamente paritario, che tutti i partiti siano soddisfatti. Come si fa con il settimo? Dice Dino, beh, abbiamo scelto uno che valeva così poco che non poteva fare paura a nessuno.
106:01
Come vedete il manuale Cencelli non l'ha inventato nessuno, loro hanno esattamente questa stessa preoccupazione di ripartizione.
106:09
Ebbene, dice Dino, lì mentre eravamo a discutere stavamo facendo il nuovo governo con tre da una parte e tre dall'altra, equilibrato, è arrivato uno dei capi partito dei neri, lui fa nomi e cognomi, mi ha preso da parte e mi ha detto «Ma senti Dino, ma non si potrebbe fare che date più posti a noi e di meno a quegli altri».
106:32
E Dino di fronte a questa cosa è indignato perché voi capite che questa politica, io la sto raccontando come una politica, ma poi la parte che si trova in minoranza rischia che un bel giorno gli fanno la pelle fisicamente perché quello è come dire lo sbocco poi delle rivalità. Dino ha questa idea che lui sta facendo finalmente un governo insomma equilibrato dove ci sono la destra e la sinistra, i bianchi e i neri, parti uguali e poi arriva uno a dirgli ma senti dai più posti a noi invece.
106:58
Lui dice io la parte del Giuda non la voglio fare.
107:01
E io gli risposi che innanzi che io facessi tanto tradimento darei i miei figliuoli a mangiare i cani.
107:11
Dopodiché per questa volta tiene duro e riesce a resistere e questo governo così equilibrato, fatto in parti uguali, dove i due partiti avversi sono rappresentati alla pari, provate a indovinare se dura lungo o no, non dura niente, immediatamente ricade e si ricomincia. Dunque Dino si trova a fare politica in un momento in cui la politica di Firenze è in mano a capi partito arrabbiati, disposti a usare la violenza e che secondo lui non hanno nessuna idea di cos'è l'interesse pubblico, vogliono solo occuparlo il potere.
107:47
E lui rappresenta se stesso, va a sapere poi, noi abbiamo la sua voce.
107:53
Però lui di questi partiti non fa parte, lui è un uomo modesto, è un piccolo imprenditore, è finito al governo perché il sistema è quello. Lui il suo ideale è la concordia e lui ci sta male che i cittadini non la capiscono questa cosa, che staremmo tutti bene se ci fosse la concordia in città, se fossimo tutti veramente patriottici, cittadini di questa nostra meravigliosa città sarebbe così ricca, Firenze. E invece andiamo in rovina per questo. Quando lui fa dei discorsi, fa questi discorsi appunto ispirati a questa idea.
108:25
Ma perché litigate?
108:28
Perché volete confondere, disfare una così buona città? Contro chi volete combattere? Contro i vostri fratelli? Lui fa questi discorsi patetici. Certe volte, certe volte li commuove in apparenza. C'è una situazione in cui veramente la città sta per esplodere la guerra civile, lui convoca per l'ennesima volta, l'avete capito, un'assemblea in Battistero e in Battistero fa questo grande discorso dove dice ma siamo tutti fratelli.
108:59
siete stati tutti battezzati qui in questo fonte battesimale perché a quell'epoca si battezzava soltanto lì in cattedrale quindi ogni fiorentino era passato di lì da quel fonte battesimale di San Giovanni e lui fa questo discorso strappalacrime questo appello alle emozioni e dice poi piangevano io gli ho detto giuriamo giuriamo di essere tutti uniti di non fare più del male alla nostra città piangevano hanno giurato tutti Quelli che piangevano di più sono quelli che appena usciti hanno ricominciato a tramare per distruggere tutto.
109:35
E un'altra cosa che dice Dino è ma sarebbe stato ragionevole far la pace perché queste lotte di fazione portano il disastro a tutti. La ragione ci dice che dovremmo andare d'accordo ed è di nuovo questo appello alla ragione che per la gente di quell'epoca era una cosa fondamentale, loro hanno sempre in bocca la ragione, non è un'epoca come dire oscura da questo punto di vista il medioevo, per loro la ragione è un ideale straordinario perché la ragione l'ha data Dio secondo loro naturalmente.
110:07
però loro l'ideale di una gestione razionale delle cose, loro ce l'hanno in testa, poi invece gli uomini non sono capaci di essere razionali e di essere ragionevoli.
110:17
E dunque la città sprofonda nel caos, nonostante tutti gli sforzi della brava gente come Dino, che vorrebbe riportare la politica cittadina all'equilibrio, la città sprofonda nel caos.
110:30
E tra le due grandi fazioni, ci avviamo anche a concludere naturalmente vista l'ora,
110:35
Tra le due grandi fazioni, i guelfi bianchi e i guelfi neri, si comincia anche a capire chi vincerà.
110:41
E chi vincerà purtroppo, dice Dino, si capisce, perché alla testa dei guelfi bianchi ci sono i cerchi, grande famiglia, che però sono gente nuova, sono mercanti, sono mercanti che hanno fatto i soldi, erano gente come me, come Dino, hanno fatto i soldi, adesso sono cavalieri, hanno le armi, i cavalli, però nel cuore e nell'anima sono sempre mercanti. E invece dall'altra parte, alla testa dei neri, ci sono dei baroni, ci sono i donati, che sono dei grandi nobili antichi, abituati a fare la guerra.
111:10
E vedendo questo, la gente che capisce come va il mondo, dice Dino, ha cominciato a un certo punto a dire, eh, qui non c'è partita.
111:20
Qui da una parte abbiamo i cerchi e sono mercatanti.
111:25
E naturalmente sono vili.
111:29
E i loro nemici sono maestri di guerra e crudeli uomini. Se un partito è guidato da mercanti e l'altro partito è guidato da nobili cavalieri non c'è partita appunto perché i mercanti cercheranno sempre il compromesso, la pacificazione, non hanno voglia di dire sai che c'è... Tiriamo fuori le spade e vediamo chi è più uomo. E invece ai nobili vi è naturale ragionare così. I nobili piuttosto che accettare il compromesso e la pacificazione tirano fuori le spade. Edino lo ammette, noi stessi, io e gli altri mercanti che eravamo al governo in quel momento, lui scrive anni dopo quando ormai è andato a finire malissimo, noi che eravamo al governo in quel momento siamo stati deboli.
112:10
Siamo stati vili, non abbiamo capito che non era più il momento di mediare. Noi abbiamo cercato di mediare, abbiamo cercato di convocare assemblee, di convocare riunioni, di mettere insieme tutti, di pacificarli.
112:26
E abbiamo perso il momento giusto, perché non bisognava fare quello, non era quello il momento, non bisognava trattare di pace, bisognava, dice Dino, arrotare i ferri, cioè affilare le spade.
112:39
E noi che eravamo mercanti, quello non l'abbiamo capito.
112:44
Ecco, in questa politica...
112:47
della Firenze medievale voi vi sarete accorti che finora è mancata completamente una cosa io non ho mai parlato neanche lontanamente della dimensione religiosa noi siamo abituati a pensare agli uomini del medioevo e abbiamo ragione come una società profondamente religiosa dove la fede cristiana conta e conta molto è vero conta molto per l'interiorità di ciascuno Ma in questa politica dei comuni italiani la religione non conta niente. È una politica talmente feroce, talmente spietata, dove l'unica posta è il potere che la religione non conta niente.
113:24
Chi la religione dentro di sé la sente vede la contraddizione. Dino a un certo punto li ha fatti giurare. Ha fatto giurare tutti i cittadini più importanti, tutti i capi partito in San Giovanni che avrebbero fatto la pace.
113:39
Anni dopo, dice Dino...
113:41
Io continuo a pensarci a questa cosa che ho fatto e ho paura e sono pentito di averlo fatto. Perché quelli si sono dannati tutti. Hanno tutti giurato e non ce n'è uno che l'abbia mantenuto questo giuramento. Ma sono io che li ho fatti giurare.
113:58
Non avrei dovuto farlo.
114:00
La dimensione religiosa è l'estrema risorsa di chi in politica ormai sente che sta perdendo e non ce la fa più. Allora ricorre a quello. Dino a un certo punto dice abbiamo fatto anche questo.
114:11
sempre il governo lui, sempre i partiti armati contro l'uno contro l'altro, la città che sta per sprofondare nella guerra civile, Dino dice è arrivato un frate, un santo frate, un uomo religioso ben conosciuto, ci ha detto perché non fate una processione, una grande processione in città per invocare la protezione di Dio e perché tutti i cittadini nella processione possano ritrovare la loro unità e dice Dino sì l'abbiamo fatta, abbiamo fatta la processione.
114:37
Lui ci credeva in quel momento ma non ci crede già quasi più nessuno in realtà in città, tant'è vero che Dino dice abbiamo fatto la processione e molti ci schernirono dicendo che meglio era arrotare i ferri, appunto, di nuovo, era meglio affilare le spade e non fare la processione. La religione della politica è già fuori, non c'è niente da fare. In quella politica c'è soltanto il potere da prendere a raffare a tutti i costi, in tutti i modi e la religione rimane come la consolazione di quelli che hanno perso alla fine.
115:16
Dino perde perché a un certo punto i capi partito violenti prendono il potere ed è finita con i piccoli mercanti chiamati al governo, che tornino alle loro imprese, alle loro aziende, Dino rimane ancora tanti anni a Firenze, non è coinvolto nelle parti, lo lasciano stare, mentre quelli della parte bianca che perde vengono esiliati in massa da Firenze, è il momento in cui anche Dante Alighieri viene esiliato da Firenze perché stava col partito che ha perso.
115:41
Dino no, è uno che non conta, è stato al governo quando i mercanti credevano di comandare l'oro, ma adesso è finita, ci sono di nuovo i nobili cavalieri che comandano, intendiamoci, d'accordo con i mercanti più ricchi, perché i mercanti più ricchi e i finanzieri grossi, ...han capito presto che a loro in realtà conveniva mettersi con i nobili... ...e sposare le loro figlie... ...e partecipare ai loro tornei... ...e costruirsi dei bei palazzi, delle torri... ...e comprare i cavalli e le armi... ...e stare con i nobili... ...e i piccoli imprenditori, i bottegai e gli artigiani... ...sì, possono restare in città... ...ma basta con la politica, con la politica importante... ...han chiuso quel, Dino ha chiuso... ...vivrà ancora molti anni gestendo la sua compagnia di import-export...
116:27
E aspettando di vedere se Dio punisce tutti questi malvagi che hanno portato la città alla rovina, secondo lui. Aspetta, perché la giustizia di Dio è lenta.
116:39
Aspetta. A un certo punto gli sembra che però le cose si stiano mettendo bene, perché scende in Italia l'imperatore Enrico VII. E l'imperatore Enrico VII scende in Italia e sembra che sia arrivato il Castigamatti, che riporterà l'ordine, che porterà la pace. Edino è entusiasta, ci crede.
116:57
Voi capite che razza di rinuncia è? La città da sola non si può governare, non esiste, deve venire qualcuno da fuori, più grosso e più forte di noi che ci comandi e allora forse sapremo stare in pace e saremo governati bene. Arriva l'imperatore, dice Dino e sta venendo, lui lo aspetta, sta scendendo in Italia mettendo pace come fosse uno angelo di Dio.
117:22
perché in ogni città che tocca pacifica i partiti, fa rientrare gli esiliati, questa è la grande speranza. Quando Dino scrive sta ancora aspettando che l'imperatore arrivi, non succederà niente naturalmente, neanche stavolta l'imperatore non farà niente, Dino non lo sa ancora.
117:38
E poi sta a guardare Dino cosa succede ai grandi capipartito, a quelli che erano alla guida delle fazioni quando hanno distrutto il governo di popolo e hanno riportato l'affermazione violenta più brutale al potere della città. E i grandi capipartito è, Dino è fortunato, vive a lungo, prima o poi muoiono.
117:59
E vedendoli morire, uno dopo l'altro, Dino si dice, beh, dopo tutto una giustizia c'è in questo mondo, ecco. Noi in politica abbiamo perso, ci hanno buttati fuori dal potere, si sono presi tutto loro, però Dio è là e vede e uno dopo l'altro li va a prendere. E c'è quello che è inciampato mentre andava per strada e si è rotto il ginocchio e i chirurghi l'hanno torturato per un mese e poi gli è venuta la cancrene ed è crepato. E uno dopo l'altro muoiono e Dino sta a vedere e si dice sì, dopo tutto la giustizia di Dio c'è e arriva.
118:35
Ecco, quelli erano uomini del Medioevo e avevano questa speranza di fronte alla politica del loro tempo. Ma noi non siamo qui per fare dei paralleli con l'oggi, ero qui per raccontarvi come vedeva il mondo un mercante fiorentino. Grazie.
119:02
Buonasera.
119:31
Allora, bene, buonasera a tutti. Questa sera siamo al terzo appuntamento, insomma, con questo tentativo di far conoscenza con gli uomini del Medioevo.
119:42
Mentre lo dico mi rendo conto che non ho parlato di donne. C'è un grosso problema in questo. La stragrande maggioranza delle persone che nel Medioevo hanno scritto erano uomini. C'erano anche delle donne e avrei potuto pensarci prima, forse.
119:56
Per l'anno prossimo le prometto, se vogliono, qui, ma...
120:06
Però sono stato pigro perché quando noi pensiamo al Medioevo lo pensiamo sempre un po' fatto così, per categorie, no? Appunto, come ho fatto io qui. Il frate, il cavaliere, il mercante, il contadino, con le donne è più difficile. Le donne hanno una posizione sociale ma hanno anche qualcosa di più. Sono più difficili da incasellare, almeno in quell'epoca lì. Ma, ripeto, magari ne riparleremo.
120:27
Questa sera il cavaliere.
120:29
Il cavaliere di cui parliamo è un francese, si chiama Jean de Joinville, è un cavaliere del Duecento.
120:36
contemporaneo di quel salimbene, di quel frasalimbene di cui abbiamo parlato l'altro ieri.
120:41
A dire la verità è qualcosa di più di un cavaliere, è un capo di cavalieri, è un gran signore.
120:46
Sapete, la maggior parte dei cavalieri sono dei gentiluomini che vivono bene, che hanno terra, servitori, cavalli, ma sono al servizio di qualcuno, sono al servizio di un castellano, di un gran signore, il quale è un cavaliere anche lui.
121:01
ma insomma di un livello un po' superiore. Joanville è un uomo così, è uno che possiede diversi castelli, quindi possiede una signoria dove lui è il signore, dove lui è l'autorità pubblica. Lui mantiene l'ordine, riscuote le imposte, amministra la giustizia.
121:19
E per di più è anche un grande funzionario del re. Joanville ha servito per anni il re di Francia come siniscalco di Champagne, cioè amministratore rappresentante del re nella regione di Champagne.
121:32
E con tutto questo è un cavaliere.
121:34
Essere un cavaliere vuol dire essere stati educati in un certo modo, condividere certi valori, che magari sono anche quelli che raccontano i romanzi, i romanzi medievali che tutti abbiamo presenti e che anche loro leggevano, dove si dice che il cavaliere deve proteggere le vedove, gli orfani, essere umile e così via.
121:53
Poi in realtà i veri valori dei cavalieri sono piuttosto altri, i valori veri che Joanville condivide con i suoi vassalli Sono il valore in guerra, il coraggio fisico dimostrato in battaglia quando si rischia la pelle, il cameratismo fra compagni d'arme, l'onore.
122:14
Detto questo Jean de Joinville è famoso fra noi storici e io posso parlarvi di lui stasera perché ha fatto una cosa che per i cavalieri era piuttosto insolita, ha scritto un libro.
122:27
Ha scritto un libro per un motivo preciso. Lui ha servito, come vi dicevo, a lungo il re di Francia e il re che lui ha maggiormente servito è stato Luigi IX, il santo, il grande re di Francia del 200, che è stato protagonista di due crociate, nella seconda c'è poi morto.
122:44
Joanville lo ha accompagnato nella prima crociata, un'espedizione che è partita nel 1248 e è tornata, i pochi che sono tornati, sei anni dopo.
122:56
Poi alla seconda crociata del re Juanville non c'è più andato.
122:59
Come molti superstiti della prima hanno preferito non andarci. Il re c'è andato e c'è morto nel 70.
123:06
Juanville è sopravvissuto al suo re per tanti anni. Quando era già vecchio, siamo già all'inizio del 300, negli stessi anni in cui Dino Compagni, che vi ho raccontato ieri, viveva la politica fiorentina, in quegli stessi anni nel suo castello di Juanville lui si rende conto che è uno dei pochi rimasti che si ricordano il re santo.
123:26
Nel frattempo Luigi IX è stato fatto santo davvero, l'hanno canonizzato, ormai è ufficialmente un santo. E allora a Joinville viene voglia di scrivere e qualcuno gli chiede di scrivere. E lui scrive, scrive questo straordinario libro che dovrebbe essere una vita di Luigi IX e che in realtà sono le memorie di Jean de Joinville, di questo gran signore francese del suo tempo, dove si racconta soprattutto questa epopea della crociata.
123:52
E dunque non è soltanto un cavaliere ma è un cavaliere crociato quello che abbiamo di fronte stasera.
124:00
E credo di non stupire nessuno se dico che nella visione del mondo di questo cavaliere crociato, che per di più sta ricordando i tempi della crociata proprio, ebbene in questa visione del mondo la religione ha un posto centrale.
124:16
Qui non rimane deluso chi ha in mente un medioevo dominato dalla religione. È vero che per molti, quasi tutti, la religione era comunque una dimensione vissuta con un'intensità che oggi pochi si immaginano.
124:31
Non parlo solo di Luigi IX che infatti è stato fatto santo, io pensavo prima di raccontarvi, di farvi l'elenco di tutte le messe e gli uffici divini che Luigi IX sentiva ogni giorno della sua vita. Poi ho pensato che perdevamo troppo tempo a fare questo lungo elenco, ma il re sentiva diverse messe e parecchi uffici divini cantati e no ogni giorno. Era un santo, Joanville che è un signore qualunque, una messa al giorno però la sente. La giornata di un cristiano e la giornata di un cavaliere comincia con la messa.
125:02
E la religione è sempre presente, c'è una familiarità spontanea con le cose della religione che è caratteristica di questa gente.
125:11
Entravano i cani in chiesa nel Medioevo quindi noi qui non ci facciamo certo spaventare.
125:17
Racconto un aneddoto che rende l'idea di come loro ragionavano.
125:21
Stanno tornando dalla crociata dopo essere stati fuori sei anni e aver visto morire la maggior parte dei loro amici. Tornando dalla crociata che è stata in Egitto e loro tornano per mare...
125:32
A un certo punto fanno scalo a Lampedusa, come capita a quelli che partono dall'Egitto e vanno per mare naturalmente.
125:39
Fanno scalo a Lampedusa che trovano deserta, non ci vive nessuno, però ci sono gli avanzi, anzi c'è ancora un eremitaggio. Loro capiscono subito che è un eremitaggio, si vede è un eremitaggio, è una casetta isolata col suo orto, col suo giardino dove ci sono dei fichi, delle viti, degli olivi e poi ha una cappella, un oratorio, quello che fa capire che è un eremitaggio, c'è un oratorio imbiancato a calce con un crocifisso.
126:06
E non c'è nessuno, nella stanza accanto ci sono due scheletri, ci sono due morti che sono stati ricomposti dopo la morte e lasciati lì e sono evidentemente gli eremiti che hanno vissuto in quel luogo.
126:19
Loro sono tutti commossi, poi hanno fatto acqua, se ne tornano alle galere per ripartire, al momento di ripartire si accorgono che manca un marinaio.
126:30
Manca un marinaio, aspetta, aspetta, non torna, finalmente quelli che lo conoscono dicono ma...
126:36
Secondo noi si è fermato qua per fare l'eremita lui.
126:39
C'è stata questa occasione, quello che fino a un momento fa chissà cos'altro pensava di fare della sua vita e invece è rimasto così colpito dalla scoperta di questo eremitaggio deserto, abbandonato, da decidere di fare l'eremita. E questa cosa sembra naturale a tutti. Tutti dicono, è certo, evidentemente è così, gli lasciano delle casse di biscotto sulla spiaggia in modo che possa nutrirsi per un po' e poi arriverà qualche altra nave e continuerà a mantenere l'eremita e ripartono. E per loro è una vicenda normale, così come è normale che avvengano i miracoli.
127:15
Voi sapete, i miracoli se uno ci crede avvengono.
127:18
Allora ci credevano praticamente tutti e quindi avvenivano. Era facile essere sicuri di aver assistito a un miracolo. E aver assistito a un miracolo era una cosa importante che ti restava impressa, che ti portavi dietro.
127:30
Specialmente durante una crociata catastrofica come quella di San Luigi, di miracoli ce ne vogliono tanti per aiutarli a tornare a casa ai superstiti. Joinville ha assistito personalmente a un miracolo sempre durante il viaggio di ritorno a un certo punto dalla nave davanti alla sua uno si è arrampicato da qualche parte per fare qualche lavoro sulla nave e caduto in acqua e Joinville dice noi dalla nave dietro vedevamo questa cosa in acqua ma era immobile tanto che abbiamo pensato che fosse un pacco, un mobile, qualcosa che era caduto lì, un oggetto che era caduto in mare.
128:04
Comunque mettiamo in mare la barca per andarlo a recuperare, si scopre che è un uomo, un marinaio, è vivo e vegeto, sta benissimo.
128:11
E gli chiediamo ma perché non nuotavi, non cercavi di agitarti, di chiamare? E il marinaio, dice Joanville, che l'ha sentito con le sue orecchie, ha detto ma non ce n'era mica bisogno.
128:23
perché quando mi son sentito che cadevo in mare, ho invocato la Vergine di Vauvert, e la Vergine di Vauvert mi è apparsa e mi ha tenuto su, e io mi son sentito che mi teneva su, e mi teneva a galla, perciò stavo tranquillo.
128:38
E Joinville ha assistito con i suoi occhi a un miracolo. Lo racconta così en passant, potrebbe essere finita qua, invece nella frase dopo dice «E io l'ho fatto dipingere nella cappella di Joinville».
128:52
E nelle vetrate della chiesa di Blecourt che è l'altro villaggio che gli appartiene.
128:56
Questo vuol dire che anche se lui adesso non ci insiste perché averla sentito un miracolo può capitare a tutti insomma, però poi quando ti capita davvero a te è una cosa che te la senti dentro, è lui che è il signore del villaggio, lo fa frescare nella chiesa, lo fa mettere nelle vetrate e così via. Ecco questo è il mondo in cui loro vivono dal punto di vista religioso, dove la religione è un grande collante che accomuna tutti ed è sentita con estrema, come dire, con grande fervore e grande semplicità anche.
129:22
Anche troppa semplicità certe volte.
129:25
John Ville racconta un episodio con grande approvazione, devo dire.
129:29
E c'è stato una volta, mi hanno raccontato di recente, al monastero di Cluny, sapete Cluny in Borgogna, grande monastero benedettino, al monastero di Cluny avevano organizzato una grande disputa di chierici e di ebrei.
129:44
Le dispute erano una cosa, forse l'ho già accennato parlandone di Fra Salimbene, le dispute intellettuali pubbliche erano una cosa che piaceva molto ai chierici, agli uomini di chiesa del Medioevo. Gli piaceva questa occasione di dimostrare quanti erano bravi affrontando degli avversari, discutendo con loro.
130:03
I loro fratelli che non si erano fatti preti facevano i tornei e ogni giorno dimostravano di essere i più bravi sconfiggendo un avversario. Anche agli ecclesiastici piaceva farlo. Dunque al monastero di Clonini si organizza una disputa teologica tra dei chierici e dei rabbini.
130:20
E c'era lì, dice Joinville, mi hanno raccontato, un vecchio cavaliere che viveva lì al monastero, l'abate lo manteneva per carità.
130:30
Capitava spesso che un cavaliere che aveva passato la vita a combattere, a menare le mani, in vecchiaia, intanto non ne poteva più fisicamente e magari ne aveva anche abbastanza di quella vita, spesso in vecchiaia andavano a vivere in monastero, chi aveva qualcosa regalava i suoi beni al monastero, Chi non aveva niente poteva anche essere accolto per carità e passavano gli ultimi anni di vita in monastero. Allora dice Juenville mi ha raccontato che al momento in cui doveva cominciare la disputa questo cavaliere si è fatto avanti e ha chiesto di poter essere il primo a disputare col rabbino.
131:02
E l'abbate non è che fosse tanto contento però l'altro insisteva ha dovuto dargli d'accordo comincia tu. Allora il cavaliere, appoggiato alla sua gruccia, molto cortesemente, chiede al rabbino, maestro, ma voi ci credete alla Vergine Maria che ha partorito nostro Signore Dio ed è rimasta vergine?
131:21
E il rabbino, dice Joanville, gli rispose che loro non ci credevano neanche un po'.
131:26
E il cavaliere rispose, fate molto male.
131:28
E alzò la gruccia e assestò una gran botta sulla testa del rabbino.
131:33
E gli ebrei si portarono via il rabbino e la disputa finì lì.
131:39
E Joinville ne ha parlato col santo re Luigi di questa cosa. E tutte e due si sono trovati d'accordo che il cavaliere ha fatto benissimo.
131:47
perché disputare con i miscredenti, insomma, è già pericoloso, però lo possono fare i dotti sapienti che riescono a tenergli testa, perché se va male, se vincono gli ebrei nella disputa pubblica, ecco, ci può essere anche qualcuno, qualche bravo cristiano che ha le idee confuse a quel punto, quindi bisogna stare attenti. I laici in queste cose non si devono mescolare. I laici, gli dice il santo re, quando sentono parlare male della fede cristiana, devono tirar fuori la spada.
132:18
Dunque questa fede così spontanea, così irruente anche, così violenta, così intensa certe volte, ecco non vi stupirete se vi dico che è anche una fede molto attaccata alle forme, molto formalistica, perché appunto una fede ingenua vuole anche dire che insomma io ci tengo a fare le cose giuste, a rispettare il digiuno del venerdì, il digiuno della quaresima e se queste cose non le rispetto mi sento veramente male.
132:45
Sono cose che nel cristianesimo di oggi hanno perso importanza e invece allora il cristiano si senteva potentemente obbligato a rispettare tutte queste cose.
132:58
E' successo proprio a Juenville di sperimentarlo di persona.
133:02
Siamo durante la crociata.
133:04
anzi verso la fine della crociata che è già finita malissimo, i turchi hanno vinto, hanno massacrato mezzo esercito crociato, hanno catturato tutti gli altri, sono scene che John Ville tra l'altro descrive con una potenza straordinaria, questi momenti di sfacelo, di fuga, di caos, questi che si arrendono e arrendersi è un azzardo perché non sai nelle mani di chi finisci e i turchi saraceni è difficile prevedere cosa faranno, ci sono quelli che Quando vedono dei prigionieri un po' malandati, malati, eccetera, una botta in testa e giù in mare.
133:37
E invece ci sono quelli che trattano molto cortesemente i prigionieri. Poi comunque il re e i gransignori vengono sempre trattati molto cortesemente. Quello va da sé. Anche perché pagheranno un grosso riscatto per essere liberati, ma poi comunque i re, i gransignori cristiani o musulmani si capiscono, fanno parte dello stesso mondo, hanno tanti argomenti in comune come vedremo subito. Dunque le cose sono già più o meno finite, Joinville è prigioniero ed è a pranzo con un emiro che l'ha invitato a pranzo.
134:07
L'emiro l'ha invitato a pranzo e stanno chiacchierando con l'interprete, si capisce. E stanno chiacchierando allegramente dei rispettivi alberi genealogici e di conoscenze comuni, perché l'emiro è molto interessato all'imperatore Federico II, viene fuori che Joinville è parente dell'imperatore Federico II, sono lì che stanno confrontando appunto le conoscenze e gli antenati e mangiano. A un certo punto capita lì un altro crociato prigioniero, un borghese francese, dice Joinville. Mi vede e mi dice, ma Messere ma che cosa fate?
134:39
E lì dice ma perché scusa cosa sto facendo? Ma per l'amor di Dio me sera state mangiando carne di venerdì.
134:46
Joinville salta in piedi, allontana la scodella, orripilato, perché nel caos la battaglia, la cattura e tutto si era scordato che giorno era. Era venerdì e stava mangiando carne.
135:00
L'emiro che assiste a questa scena gli fa chiedere dall'interprete cosa è successo. Joinville glielo spiega.
135:06
E il musulmano gli dice ma sta tranquillo, che Dio non può avercela con te, non l'hai mica fatto apposta.
135:12
Joinville però ci sta male, ci sta male di aver fatto questa cosa, appena può va a consultare il legato papale presso l'esercito crociato. Quindi un alto prelato gli racconta tutto, l'alto prelato gli dice la stessa cosa che gli ha detto il musulmano.
135:28
Cioè Dio non può avercela con te, non l'hai fatto apposta, non preoccuparti. Joinville non ci crede, si sente addosso questa cosa e dice ho cominciato a digiunare a pane e acqua tutti i venerdì per liberarmi, per purificarmi da questa cosa che avevo fatto.
135:43
Quindi le forme sono importanti, le forme sono importanti, non bisogna trasgredirle ed è una religiosità che pur essendolo, abbiamo visto, intensissima e spontanea è anche attaccatissima al rispetto delle regole formali.
135:57
Delle parole che si pronunciano, per esempio.
136:00
È un mondo curioso questo, perché tutti hanno continuamente in bocca Dio e il diavolo. Tutti continuamente, tutti giurano, quando si deve dire qualcosa tutti dicono per Dio, in nome di Dio.
136:11
per la testa di Dio, per le piaghe di Dio, ognuno ha il suo modo di giurare, Joinville spesso lo nota, ci sono dei gran signori che hanno un modo particolare di giurare, c'è uno che giura per la cuffia di Dio, continuamente, e dall'altra dice tutti hanno sempre in bocca il diavolo, va al diavolo, ti porti il diavolo, e questa dice Joinville è una cosa brutta, è una delle tragedie del nostro rebel regno di Francia, il santo re Luigi, lui non menzionava mai né Dio né il diavolo, non ho mai sentito dire queste cose. Invece noi lo facciamo e menzionare Dio in questo modo in realtà non è la cosa più grave, è grave menzionare il diavolo.
136:44
Infatti Joinville dice io a casa mia ho stabilito una regola, chiunque gli scappa di bocca di menzionare il diavolo o paga pegno o fa penitenza e fra i miei servi è praticamente sparita questa brutta abitudine.
136:58
Menzionare Dio invece va bene, uno per rafforzare le sue affermazioni chiama Dio a testimone, anche lui l'ha fatto e però ci si mette nei guai certe volte.
137:06
racconta Joinville sempre durante la crociata come il grosso delle cose che vi racconto stasera i crociati si stavano spostando spostavano l'accampamento ogni sera mettevano le tende in un posto nuovo una sera dice è venuto uno dei miei cavalieri quello che aveva scelto il posto per la tenda quella sera e mi dice si re si diceva si re i signori anche non soltanto i re in francese antico si re stasera vi ho alloggiato meglio di ieri sera eh Il cavaliere che aveva scelto il posto per la tenda ieri sera sente questo, salta su, lo prende per i capelli e gli fa come osi parlare di qualcosa che faccio io.
137:46
Ora questa è una grandissima scortesia, davanti al Signore a capigliarsi fra cavalieri in questo modo è il massimo della villania e della maleducazione. Joinville non ci vede più e dice così come Dio mi aiuti tu non entrerai mai più in casa mia, ti licenzio, non sarai mai più uno dei miei cavalieri.
138:06
Questo se ne va piangendo, poi torna, lo implora di perdonarlo, fa venire gli amici che gli dicono ma su, per una cosa così. E Joinville dice, ma io per me, però ho giurato, ho detto così come Dio mi aiuti, tu non entrerai più in casa mia.
138:23
Adesso non posso mica farti rientrare come se niente fosse.
138:27
Se il legato papale mi scioglie dal mio giuramento, io sono contentissimo di riprenderti.
138:33
Van dal legato papale, gli spiegano la cosa e il legato papale dice mi dispiace ma il giuramento è un giuramento valido, c'erano dei motivi, io non lo posso mica sciogliere così come niente fosse, non si può.
138:45
E dice Joinville così ho imparato e bisogna stare attenti a quel che si dice perché non l'ha più ripreso il suo cavaliere dopo questa vicenda.
138:55
Un altro aspetto che colpisce molto di questa religiosità così come l'esprime Joinville ma certamente condiviso da tanti è E un altro aspetto di concretezza, dicevo prima che i miracoli avvengono, dicevo prima che si chiama continuamente Dio a testimone di quello che succede, c'è qualcosa di più, ci si aspetta continuamente di essere aiutati da Dio, dalla Vergine, dai Santi.
139:18
Ci si aspetta continuamente che mentre uno attraverso un guaio, una difficoltà, invocando Dio, Dio ti aiuta.
139:26
E quando sei in pericolo e rischi la pelle in battaglia, invochi Dio e Dio ti aiuta. È per questo che noi serviamo Dio, dice Joinville.
139:35
Durante la crociata gli hanno spiegato che molti musulmani, i beduini dice lui in particolare, lui ha raccontato così, i beduini hanno una credenza molto strana, hanno la credenza che l'uomo porta scritte in fronte alla sua morte e che quindi può morire soltanto nel giorno stabilito. Voi lo sapete, si usa a dire questa cosa del fatalismo musulmano per cui ogni uomo ha già il giorno prestabilito della sua morte.
140:00
E Joinville trova che questa è un'idea assurda.
140:03
perché se uno ha già il giorno stabilito della sua morte è come dire che Dio non ti può aiutare per cambiare le cose che Dio non ti può aiutare quando sei lì che rischi la pelle in battaglia e lo invochi e non serve a niente invocarlo perché tanto è già tutto deciso e Jeanville dice ma questa è una cosa ridicola se fosse davvero così e questa è la cosa che mi ha colpito di più la cosa più interessante la conclusione più interessante che lui ricava da questa cosa dice se fosse davvero così ma sarebbero scemi quelli che servono Dio se noi non credessimo che abbia il potere di allungarci la vita e di aiutarci nelle difficoltà, è per quello che lo serviamo, e a lui sembra perfettamente ovvio, c'è un contratto con Dio, e questa è la logica.
140:50
Dopodiché forse cominciate già a intravedere quella che a me sembra una, come dire, una grossa contraddizione di questa religiosità, che da un lato è così calda, è così sincera, e però non esclude affatto che L'attaccamento all'interesse concreto, ai vantaggi concreti, all'aiuto che si spera di ottenere.
141:12
Certo, servire Dio vuol dire fare delle rinunce, anche delle rinunce pesanti certe volte. E chi lo può sapere meglio di Joanville che ha passato sei anni alla crociata?
141:24
Quando lui racconta la partenza per la crociata lo dice in poche parole.
141:29
Sono partito.
141:30
Il re Luigi quando è partito, lo raccontavo l'altro ieri sera, ha attraversato metà del suo regno a piedi vestito da pellegrino col bastone e la bisaccia.
141:39
Joinville non ha fatto la stessa cosa ma anche lui allontanandosi dal suo castello di Joinville ha fatto il giro delle chiese e dei dintorni a piedi umilmente col bastone da pellegrino prima di allontanarsi definitivamente e dice mentre faceva il giro Non mi sono mai voltato indietro a guardare verso Joinville perché non volevo che mi venisse addosso la pena del bel castello che stavo lasciando di mia moglie e dei miei figli.
142:08
Quindi di rinunce se ne fanno.
142:11
Dopo quella partenza lui sta via sei anni prima di rivedere la moglie e i figli e il castello di Joinville.
142:17
E però di rinuncia se ne fanno ma il buon senso si tiene sempre presente.
142:22
Non si va alla crociata per il gusto di farsi ammazzare, anzi si va alla crociata sperando alla fine di salvare la pelle e tornare indietro. Non sono dei martiri fanatici questi crociati, questi cavalieri crociati.
142:35
E la cosa viene fuori con assoluta evidenza proprio nel momento in cui i crociati vengono sbaragliati e i turchi cominciano a catturarli.
142:45
Joinville in quel momento è su una nave, loro stavano cercando di scampare a bordo di queste navi però gli arrivano addosso le galere dei saraceni, circondano la sua galera, lui è su questa nave con i suoi cavalieri, con tutti i suoi domestici, tutta la sua gente, gli arrivano addosso i saraceni, si preparano a bordare la galera e Joinville dice noi ci siamo chiesti che facciamo adesso e ci siamo trovati tutti d'accordo, ci arrendiamo, non c'è assolutamente niente da fare.
143:14
Ma uno dei miei domestici dice, un cantiniere, ha alzato la mano e ha detto io non sono d'accordo con questa decisione.
143:22
E tu che cosa consigli?
143:24
Io dico di farci ammazzare tutti così andremo dritti in paradiso.
143:29
E questo è veramente quel Medioevo come noi in fondo ce l'aspettiamo, no?
143:33
È interessante che sia non un nobile cavaliere ma uno qualunque che ha questa idea, siamo qua, andiamo fino in fondo, siamo coerenti fino al martirio. Questo è il Medioevo che ci aspettiamo, salvo che è soltanto lui che lo dice.
143:46
Joinville liquida la questione con una frasetta, ma noi non gli abbiamo mica dato retta.
143:53
E infatti si arrendono e la scampano in gran parte.
144:01
Buonsenso, religiosità, impegni religiosi, mantenere la parola, non è facile essere coerenti in questo campo. Il buon re Luigi era un santo, anche perché lui la parola la manteneva sempre, perfino con i saraceni, che è una cosa che a John Will colpisce abbastanza, perché insomma, mantenere la parola certo, ma con quelli.
144:20
E invece è successo, l'ha visto lui, dopo la prigionia, stanno pagando il riscatto. Ci sono stati lunghi negoziati con i saraceni che li hanno catturati, alla fine hanno stabilito una grossissima somma, 200.000 lire tornesi, un'enorme somma per liberare il re e i gran signori. E a questo punto sono venuti i soldi dalla Francia, sono arrivati giorni e giorni per contarli, per consegnarli, quando hanno quasi finito uno dei cavalieri del re.
144:49
Messer Philippe de Nemours arriva tutto allegro e dice sì re, li abbiamo imbrogliati, gli abbiamo dato 10.000 lire di meno e non se ne sono accorti.
145:00
Sono tutti contenti, il re non è contento per niente, è un santo, queste cose lui non le fa, è imbronciato, e dice ma io ho dato la mia parola di pagare 200.000 lire e paghiamo 200.000 lire. A questo punto succede la seguente commedia, Joanville che è presente, pesta il piede a Messer Filippo de Nemours, perché stia zitto, e dice ma no Sire scherzava, non è mica vero, imbrogliare i saraceni chi ci riesce, sanno tutti che i saraceni sono bravissimi a contare.
145:33
E Messer Filippo de Nemours che ha mangiato la foglia dice sì sì è vero è vero scherzavo ma il re non si fa bindolare rimane di pessimo umore dice se hai scherzato era uno scherzo stupido e io adesso vado a controllare perché voglio essere sicuro che abbiamo pagato tutto perché questo peso non me lo porto dietro.
145:54
Ecco non era facilissimo convivere con questo re come vedete, io ho cominciato raccontandovi di un cavaliere crociato che ha una profonda religiosità però un conto è avere una profonda religiosità e un conto è dover vivere con un re santo che le cose le spinge all'estremo.
146:11
Oltretutto quando Joinville scrive da vecchio è ormai ufficiale, il re è santo, è stato canonizzato.
146:20
Ma quando avvenivano queste cose, che erano giovani tutti e due, sì, il re aveva già questa fama di essere santo, ma insomma, capite la differenza? Joinville lo ammirava molto, lo amava molto, però lavorarci insieme non era facile, proprio per niente, le occasioni di scontro c'erano continuamente.
146:39
Per fortuna c'era di buono questo, che il re aveva il senso dell'umorismo e stava allo scherzo, perché più di una volta Joinville se le lasciate scappare grosse.
146:49
Una volta è capitato che nell'accampamento dei crociati, momento di tregua con i saraceni, tutti tranquilli, arrivano dei pellegrini, dei cristiani d'oriente, armeni, che stanno andando in pellegrinaggio a Gerusalemme col permesso dei saraceni.
147:04
Attraversano il campo crociato e poi cominciano a informarsi e vanno anche a chiedere a Joinville, gli mandano l'interprete dicendo ma noi abbiamo saputo che qui nel campo c'è il re santo, possiamo vedere il re santo.
147:17
Joinville, sia che si fosse svegliato male quel mattino, sia che questa cosa che il re era un santo non gli era ancora proprio ben entrato in testa, ecco, va dal re, sono amici, l'altro è il re, lui è un suo collaboratore ma sono in rapporti molto stretti, va dal re, lo trova, dice, seduto sotto la sua tenda, sulla sabbia, con neanche un tappeto sotto, e gli dice, sì re, lì fuori c'è della gente che dice che vuole vedere il santo, ma io non ho mica voglia di baciare le vostre ossa, Bacciare le vostre ossa è una cosa che un uomo del Medioevo avrebbe capito subito cosa voleva dire, le ossa dei santi, le reliquie, i santi normalmente non sono vivi, la grande maggioranza dei santi sono morti e noi il rapporto che abbiamo con loro è perché abbiamo le loro reliquie, che per la gente del Medioevo sono importantissime e le reliquie sono venerate, baciate, certo.
148:09
Però andare a dire al re non è ancora ora di baciare le tue ossa non è proprio un modo gentile di mettere la cosa, per fortuna il re si mette a ridere.
148:17
Un'altra volta succede che c'è una questione di soldi.
148:24
E forse qui dovrei fare una parentesi perché io sto parlando di cavalieri crociati, poi fra poco parleremo di valore guerriero, di cortesia, di ideali cavallereschi, finora stiamo parlando di fede religiosa, di crociate, di martirio. Ecco, i soldi sembrerebbe che non dovessero entrarci niente in tutto questo.
148:41
Errore, i soldi c'entrano moltissimo.
148:45
Una crociata costa un sacco di soldi ed è una grande impresa che va pianificata e la primissima cosa è trovare i soldi. Poi quando ci sono i soldi si può cominciare a organizzare l'esercito, assumere cavalieri, ruolo argente, fabbricare le na e così via. Questo costa carissimo.
149:01
I soldi c'entrano dappertutto.
149:04
Un gruppo di cavalieri che parte per la crociata al seguito di un signore, nove volte su dieci, sono stati assunti regolarmente con regolare contratto e pagati.
149:16
È vero che ci sarebbe il sistema feudale, ogni signore ha i suoi vassalli che dovrebbero prestare servizio, ma quelle sono cose vecchie, nessuno più presta servizio gratis, ecco. Tanto meno andare lontano, i vassalli stessi se accompagnano il signore in un'impresa pericolosa come la Crociata vogliono essere pagati. Poi se uno riesce a mettere insieme un gruppetto fatto tutto di suoi vassalli, di suoi parenti, allora bene.
149:41
Joinville a un certo punto lo dice durante un combattimento, una squadra di cavalieri che ha combattuto particolarmente bene dice beh quelli lì erano tutti vassalli o parenti del loro signore. Però questo è una casa ormai eccezionale, di solito i cavalieri uno li ha assunti e li licenzia come Joinville ha licenziato quel tale scortese che poi se ne è pentito.
150:04
Dunque devi pagarli e Joinville ci racconta dettagliatamente quanti soldi guadagnava lui dalle sue terre quando è partito per la crociata, quanto ha speso per assumere i suoi dieci cavalieri, dopodiché siccome la crociata la organizza il re, un gran signore come Joinville che ha i suoi dieci cavalieri ed è già un'unità di una certa rilevanza perché un cavaliere armato con l'armatura, i suoi cavalli, i suoi domestici, averne dieci è già una cosa...
150:31
Joinville va dal re e il re a sua volta lo assume quindi gli paga una certa somma per essere accompagnato da lui e dai suoi cavalieri i soldi centrano in tutto chiusa la parentesi c'è stata una grana a un certo punto perché il periodo contrattato tra Joinville e il re era finito bisognava rifare il contratto ed era un momento di difficoltà il re era rimasto senza un soldo Joinville invece era abbastanza ben messo a mezzi Perciò decide di fare lo splendido, come dicono i nostri ragazzi oggi.
151:05
Va dal re, gli dice, sarebbe ora di rifare il contratto, io sono pronto a prestare servizio con i miei cavalieri, e il re dice, sono contentissimo, quanto volete, non chiedete troppo, perché siamo messi molto male.
151:18
E Jean-Louis gli dice, maestà, no maestà non si diceva ancora, sire, dicono, sire, a me mi va bene fare un patto, facciamo questo accordo, invece di pagarmi, Facciamo l'accordo che per tutti questi sei mesi che rimango al vostro servizio con i miei cavalieri non vi arrabbierete mai con me, perché voi ogni volta che uno vi viene a chiedere qualcosa vi arrabbiate e io sono stanco di sentire il re che si arrabbia con me. Facciamo questo patto, se mi promettete di non arrabbiarvi più per sei mesi io presto servizio gratis, cioè li pago io i cavalieri.
151:51
E anche stavolta il re si mette a ridere e finisce bene per fortuna, anzi è felice il re di questo bel gesto cavalleresco che ha fatto il sire di Joinville, va subito a raccontarlo a tutti. E qui Joinville ha mostrato effettivamente che lui non è un mercante, lui è un nobile cavaliere, i soldi sa che contano, contano parecchio, gli importa averne, li conta anche lui, ma all'occasione si fa il grande gesto perché il nobile appunto non è un mercante, non sta sempre soltanto a calcolare.
152:21
Dunque si diceva che vivere al fianco di San Luigi non è facilissimo, non è facilissimo anche perché il santo stesso non si rende mica conto certe volte che lui è un santo e non può pretendere dagli altri le stesse cose che fa lui.
152:35
San Luigi è uno che la sua santità la dimostra continuamente, la gente è sbalordita. A un certo punto fuori dall'accampamento dei crociati sono rimasti dei cadaveri di morti dell'ultima battaglia, si sono dimenticati di seppellirli.
152:49
È passato qualche giorno, sono in Africa d'estate.
152:53
Nessuno ha più voglia di andarli a seppellire, non ci va nessuno. Un bel pomeriggio vedono il re che esce dalla tenda, si rimbocca le maniche e va lui personalmente a cominciare a seppellire questi cadaveri. Allora si vergognano tutti ma morire e accorrono.
153:08
In più di un'occasione consigliano al re di salvarsi.
153:15
perché le cose stanno andando male in questa crociata, e di tornare a casa, e il re dice, ma abbiamo i mezzi per riportare indietro tutti.
153:25
In questo momento i mezzi per riportare indietro tutti non ci sono, ma quello che conta più di tutti è il re, e noi bisogna salvare il re.
153:32
E Luigi risponde, io vedo qui intorno tutta questa gente, e tutti quanti amano la loro vita quanto io amo la mia.
153:41
e perciò io non me ne andrò lasciandoli qua a perdizione, dove la cosa interessante non è soltanto, come dire, questo tratto che non tutti i re dell'epoca avrebbero condiviso, di preoccuparsi di salvare anche la povera gente, ma è il fatto che il re la sua vita la ama, gli sembra ovvio dirlo, io l'amo e come la mia vita, però so che l'amano anche gli altri.
154:02
Dopodiché dicevo, viverci vicino non è facile, e gli episodi che racconta Joinville sono tanti da questo punto di vista.
154:10
un bel momento ci sono lui e il re che chiacchierano e al re viene in mente di porgli una domanda dice Sire di Joinville una domanda, un quesito ditemi un po' preferireste essere lebroso o aver commesso un peccato mortale?
154:28
e Joinville gli risponde immediatamente ma io preferirei averne fatti 30 di peccati mortali piuttosto che essere lebroso e si prende una lavata di capo memorabile Un'altra volta, giovedì santo, il re lava i piedi ai poveri, in memoria di quel che fece il nostro Signore.
154:50
E poi va da Joinville e gli dice, sai è una gran bella cosa questo fatto lavare i piedi ai poveri, dovreste farlo anche voi. Perché non lavate anche voi i piedi ai poveri il giovedì santo, Joinville? E Joinville gli risponde, ma per la fede che devo a Dio, i piedi di quei villani io non li lavo.
155:05
E anche stavolta il re ci rimane male, naturalmente. Ma appunto John Bill è uno che le dice le cose, le dice quando gli vengono in mente, non si preoccupa.
155:14
E su questo, non laverò i piedi di questi villani, possiamo forse lasciare da parte la dimensione religiosa che ci ha occupati anche fin troppo a lungo, finora, ma dopo tutto questo è un crociato, e parlare dell'altra dimensione assolutamente centrale della vita e della mentalità di questi cavalieri.
155:35
Cioè questa mentalità aristocratica per cui la società è divisa e ci sono i gentiluomini, i nobili, i cavalieri, i signori e loro...
155:46
sono il meglio che c'è, e poi ci sono i villani, e sono tutti villani gli altri, sono quelli che lavorano, sono tutti villani, non soltanto i contadini che zappano nel campo, ma anche i mercanti, i finanzieri, quelli che hanno fatto magari anche i soldi, e ne hanno magari di soldi tanti, magari più dei cavalieri, comincia questo fenomeno, è una cosa ignobile, perché i villani si sa, sono gente ignobile, le uniche persone per bene sono i nobili, sono i gentiluomini, sono i cavalieri, Questa è una cosa che è radicata profondissimamente, proprio come un automatismo, nella testa di quelli come Joanville.
156:23
E gli episodi di questo genere sono innumerevoli.
156:26
Qui si trova alla corte del re, arriva, gli viene incontro il cappellano del re, Mastro Robert de Sorbonne, che sarà poi famoso perché fonderà il collegio della Sorbonne, in cui poi avrà sede l'Università di Parigi.
156:41
Mastro Robert de Sorbonne, Vede entrare a corte Joanville, gli va incontro, lo prende per la falda dell'abito e lo tira fino dal re. E Joanville è piuttosto stupito cosa diavolo sta succedendo, cosa diavolo appunto perché ogni tanto scappa. E allora Mastro Roberto Sorbonne chiama il re e gli dice io qui mi lamento del sire di Joanville che viene a corte vestito così di pelliccia e tessuti preziosi quando il re, guardate un po', non è vestito così bene quanto voi.
157:11
Quella era ancora un'epoca, l'ho già detto altre volte, relativamente semplice, relativamente modesta, il lusso non era ancora tale, neanche nelle corti, il re era vestito di tessuto normale. Giambile è vestito di pelliccia.
157:23
Si sente dire questa cosa e reagisce con una durezza estrema, cioè gli dice Mastro Robert, quest'abito che io porto me l'ha lasciato in eredità mio padre.
157:34
è l'abito che può portare chi viene da una famiglia come la mia io sono vestito come era vestito mio padre non si può dire la stessa cosa di voi perché guardatevi un po' anche voi siete vestiti di tessuti preziosi e tutti sanno che vostro padre era un villano qualunque ed è vero Roberto Sorbonne è uno dei tanti che attraverso la chiesa fanno carriera venendo dal basso c'è questa scena spiacevolissima a corte il re si intromette difende Roberto Sorbonne mette fine alla cosa E poi però c'è una coda, perché poi più tardi il re va a prendere Joinville e gli dice, siri di Joinville, io mi devo scusare, perché ho difeso Mastro Robert e non se lo meritava, perché avevate ragione voi.
158:16
Però l'ho visto talmente confuso, talmente umiliato, che non me la son sentita di lasciarlo così in difficoltà. Però avevate ragione voi.
158:25
perché i nobili vanno vestiti di pelliccia perché così andavano vestiti i loro padri e i loro nonni e il villano rifatto, il parvenu, che ha appena fatto i soldi non deve permettersi di mettersi al loro livello.
158:40
È una mentalità che durerà per secoli detto fra parentesi e si arriverà non dico alla rivoluzione francese ma addirittura al pieno ottocento perché comincia a tramontare nella nobiltà europea questa idea di essere un ceto intrinsecamente superiore e che tutti gli altri siano gente che val poco.
158:59
Eppure Gioanville lo sa, lo dicevo prima, comincia a esserci qualcuno di questi villani rifatti che ha fatto talmente tanti soldi che sono diventati persone importanti, comprano castelli, occupano posizioni importanti a corte. E questa è una cosa difficile da accettare, non c'è niente di più divertente che vederli rimessi al loro posto, questi villani che hanno fatto carriera. Alla corte del conte di Champagne, racconta Joanville, c'era un borghese ricchissimo, Hertaude Nogent, aveva fatto un sacco di soldi, era un uomo importante.
159:35
Un giorno alla corte del conte di Champagne arriva un povero cavaliere senza mezzi.
159:41
che si rivolge al conte supplicandolo di regalargli qualcosa per poter fare la dote alle sue figlie.
159:48
Ertò de Nojan che è lì gli dice ma sire cavaliere cosa venite a chiedere soldi, cosa venite a chiedere un regalo al conte, il conte ha già regalato fin troppo non ha più niente da regalare e lo manda via in malo modo, il conte è lì, ha sentito tutto, interviene immediatamente Si rivolge al gran borghese Ertode Nojan e gli dice signor Villano come vi permettete di dire che non ho più niente da regalare? Ce lo si qualcosa da regalare o voi?
160:15
Lo afferra per l'abito e lo sbatte tra le mani del cavalier dicendo te lo consegno, lascialo andare solo quando avrà pagato un riscatto.
160:23
Come si fa in guerra che si catturano i prigionieri e i prigionieri vengono liberati dopo aver negoziato un riscatto. E questa storia di come Ertò de Nojan è stato rimesso al suo posto ovviamente fa il giro delle corti di Francia e i cavalieri si rallegrano perché può succedere che un cavaliere povero venga umiliato da un ricco borghese ma poi il mondo, come dire, fa giustizia.
160:46
Può far giustizia in modi anche assai più drammatici perché su questo non si transige, è fondamentale che le gerarchie sociali vengano rispettate.
160:55
A un certo punto, durante la crociata, Un sergente del re, che sarebbe come dire un poliziotto oggi sostanzialmente, un dipendente del re armato, litiga con uno dei cavalieri di Joinville, litiga con uno dei cavalieri di Joinville e lo spintona.
161:15
Joinville viene a sapere questa cosa, è fuori di sé, va dal re, esige giustizia e la giustizia lui verifica, la consuetudine prevede che in un caso del genere se un villano si permette di mettere la mano addosso a un cavaliere bisogna tagliargli la mano.
161:32
E il re...
161:34
Non vorrebbe, però dice che non ci si può fare niente, la consuetudine non si applica mai, però se qui si pretende è questa la consuetudine e il sergente deve venire scalzo in camicia a inginocchiarsi davanti al cavaliere che aveva spintonato.
161:48
E implorare il suo perdono e allungare la mano e dire messer cavaliere io imploro il vostro perdono, qui c'è la mia mano, se la volete la potete tagliare. Dopodiché tutti dicono no va bene d'accordo, perdoniamolo su, perdoniamolo, perdonano, perdonano, lo perdonano effettivamente.
162:05
Ma il principio è stato stabilito una volta di più.
162:12
Ora come si giustifica, ai loro occhi dico perché non si giustifica se vogliamo, ma ai loro occhi come si giustifica questa idea che i nobili sono il sale della terra, che i cavalieri sono il meglio che ci sia e tutti gli altri non contano niente? Fondamentalmente qui il problema è che i nobili si sentono e sono in gran parte quelli che fanno la guerra, quelli che rischiano la pelle, gli altri lavorano, fanno i soldi ma il mestiere del cavaliere è rischiare la vita. Il mestiere del cavaliere è rischiare la vita per il suo signore, per i suoi compagni d'arme, per lealtà, per la causa, per la croce quando si va incrociata.
162:53
Il mestiere del cavaliere è un mestiere duro.
162:57
Noi non ce ne rendiamo conto oggi. Provate a pensarci cosa vuol dire saper stare a cavallo e saper galoppare con un'armatura di 40 chili addosso.
163:06
e saper tirare un colpo di lancia al tuo avversario e buttarlo giù da cavallo e se invece lui becca te e ti sbatte giù da cavallo, sopravvivere a tutto questo ed essere pronto a ricominciare.
163:17
È uno sport durissimo l'addestramento dei cavalieri, uno sport estremo in cui si lascia la pelle facilmente oltretutto. È uno sport che bisogna cominciare a praticare da bambini, un proverbio medievale dice uno che ha otto anni non è ancora montato a cavallo ormai è buono solo a fare il prete.
163:35
Se vuoi fare il cavaliere e tenere alto l'onore tuo e della tua famiglia e farti rispettare e prestare servizio per il tuo Signore, per il tuo Re, devi cominciare da bambino e andare avanti tutta la vita. Bisogna allenarsi continuamente.
163:49
E stare in guerra significa stare lì ore e ore al caldo, al freddo, al gelo, con l'armatura addosso, senza niente da bere, niente da mangiare. I nobili si raccontano queste cose, poi a dire il vero uno va a vedere, negli eserciti ci sarebbero anche i fantasini, i domestici, i servitori, la gente a piedi, che spesso sono quelli che vengono ammazzati per primi quando le cose vanno male, ma i nobili non li vedono neanche, vedono se stessi sui loro cavalli, con i loro elmi, Juenville ha una pagina straordinaria quando descrive il re Luigi che sbarca in Egitto, per primo dalla sua galera a cavallo con la lancia in pugno con l'elmo dorato, si butta in mare che è ancora lontano e sguazzando nel mare sbarca e da solo è già pronto, dove sono i turchi?
164:32
Andrebbe da solo a caricarli se lo lasciassero andare.
164:36
Ecco, questo orgoglio del valore cavalleresco, questo orgoglio di essere quelli che rischiano la vita continuamente per principio, per obbligo, è la cosa che i cavalieri sentono giustifica tutti i loro privilegi.
164:53
Poi naturalmente ce ne sarebbero anche altre di cose che dovrebbero giustificare i loro privilegi naturalmente. Dovrebbero essere anche i più beneducati, i più cortesi, i più raffinati, quelli che sanno trattare. E in parte è vero perché loro danno importanza a queste cose. Poi le scene che racconta Joinville ci fanno vedere che spesso la realtà non era quella.
165:14
Però quando i cavalieri si comportano da villani gli altri ci rimangono male.
165:19
Joinville a un certo punto racconta proprio una vicenda così... Era stato ammazzato uno dei miei cavalieri in combattimento, gli altri lo vegliavano, il cadavere, sono andato lì e li ho visti che ridevano.
165:34
Perché ridete? Ah niente, stavamo pensando che adesso bisognerà far risposare sua moglie.
165:41
E John Vilge rimane malissimo, gli dice ma come vi permettete, il vostro camerata è lì ancora caldo e voi siete lì che scherzate su chi si sposerà sua moglie. Vergogna.
165:50
Dopodiché dice...
165:52
sono stati puniti perché prima della fine della crociata erano morti tutti e tutte le loro mogli si sono risposate.
166:01
Dopodiché appunto il comportamento con le donne, il comportamento nelle camere delle donne, come si dice certe volte, il saper stare con le donne, l'essere eleganti, raffinati, cortesi, questa è un'altra caratteristica che in questo ambiente sociale è valorizzata, è importante.
166:20
Ancora una volta il re Luigi si distingue, è diverso dagli altri.
166:25
Joinville lo nota, il re Luigi è uno che alle donne non ci pensa proprio, è sposato, ma, dice Joinville, una delle cose brutte di lui è che con sua moglie e con i suoi figli praticamente era come se fossero estranei.
166:39
E questa è una cosa che colpisce e che non va bene rispetto ai valori e ai comportamenti dei cavalieri.
166:46
Poi in realtà se volessimo, vogliamo, cinque minuti ne abbiamo ancora. Il re Luigi, c'erano dei motivi per questo e il re Luigi è un altro personaggio che se uno dovesse applicarci un po' di psicanalisi verrebbero fuori delle cose interessanti perché il re ha perso il padre molto giovane ed è rimasto per anni sotto la tutela della madre, la regina bianca di Castiglia, tremenda donna di potere che per anni ha governato il regno finché Luigi era bambino, e poi quando lui è diventato grande l'ha preso in pugno lui il regno, ma Bianca di Castiglia, la mamma, era sempre presente e controllava tutto.
167:23
E il re si è dovuto sposare, perché un re si deve sposare, deve fare degli eredi, ma Bianca di Castiglia non andava d'accordo con la nuora e faceva di tutto per tenerla lontana dal marito, sono cose che racconta Joanville sempre, cose che lui ha visto e che a lui non sembrano belle per niente.
167:40
Non riuscivano mai a stare insieme perché aveva sempre la suocera. Il posto dove gli piaceva di più vivere in quel momento, quando erano giovani appena sposati, era il castello di Pontoise, perché al castello di Pontoise la camera del re sta a un piano, la camera della regina al piano di sotto e c'è una scaletta che le collega.
167:59
E quindi grazie a questa scaletta il re e la regina, quando erano a Pontoise, potevano stare insieme.
168:06
Ma tenevano tutti e due degli usceri, ciascuno nella sua camera, davanti alla porta, in modo che se per caso arrivava la regina madre, Bianca, gli usceri subito battevano sulla porta e il re e la regina tornavano ciascuno nella sua camera.
168:20
Perché se la suocera gli sorprendeva insieme succedeva una scenata.
168:26
Cosa succede? A un certo punto, durante la crociata, arriva dalla Francia la notizia che Bianca di Castiglia è morta.
168:35
E Joinville è colpito dalle reazioni del re e della regina.
168:39
Il re, Joinville non l'ha mai visto così sconvolto come quella volta, gli è arrivata la notizia che è morta la mamma.
168:47
Il re è adulto, ma è sconvolto, piange, gli va incontro, gli fa siniscalco, ho perduto mia madre, non l'ho mai visto in quello stato.
168:56
Poi Joinville va a trovare la regina e anche la regina piange.
169:01
E siccome questa è un'epoca in cui appunto i comportamenti erano spesso spontanei, in cui spesso non ci si censurava, si dicevano le cose come stanno, c'era meno ipocrisia formale, Joinville vedendo la regina che piange dice ma cosa c'è da piangere? Ma se era la donna che odiavate di più al mondo, la suocera che è morta.
169:19
E infatti la regina dice ma non piango mica per lei, piango perché vedo che il re è sconvolto e ho paura che succeda qualcosa di brutto perché lo vedo proprio male, no no anche a me non mi importa niente che è morta la suocera, anzi...
169:34
E' gente, appunto, spesso spontanea, di una spontaneità che a noi potrebbe anche sembrare quasi infantile certe volte.
169:42
Voi forse sapete e forse non sapete che nel Medioevo gli adulti giocano, giocano moltissimo.
169:47
In parte sono gli stessi giochi che facciamo noi, giocano a scacchi, giocano a dama, giocano a baggammon, giocano sempre a soldi, va detto, anche a scacchi giocano a soldi, perché è più divertente.
169:56
Giocano moltissimo ad azzardo, ad adi, anche se il re non tollera naturalmente e quindi...
170:02
E poi giocano a giochi che noi oggi non facciamo più noi adulti. Cavalieri e dame se si trovano insieme e si annoiano possono giocare a mosca cieca, possono giocare a nascondino e nessuno si stupisce perché ci si diverte e gli adulti non si vergognano a divertirsi come bambini. Durante la crociata, quando uno penserebbe che avessero cose più serie da fare, Joinville racconta la seguente storia. Eravamo lì nell'accampamento crociato, tutte le tende, Faceva bello, io e i miei cavalieri pranzavamo davanti alla tenda. Si mette la tavola, la tovaglia bianca, nessun cavaliere pranzerebbe mai senza una tovaglia bianca di bucato, è un altro simbolo di status.
170:41
I nostri cristalli, i nostri calici pranzavamo lì. Nella tenda accanto c'era il conte D. Il conte D era un tipo molto ingegnoso. Pranzava anche lui fuori dal tavolo con i suoi cavalieri. Aveva fabbricato una piccola catapulta.
170:58
pulta dal suo tavolo tirava delle pietre verso il nostro e ci fracassava i bicchieri.
171:04
E Joinville racconta questa cosa estasiato, quanto era simpatico il conte d'è.
171:10
Voi immaginatevi oggi i giochi che si fanno oggi nei palazzi del potere.
171:18
Dopodiché, e qui chiudiamo, perché abbiamo fatto quasi mezzanotte, mi sembra che sia arrivata l'ora in cui ormai il nostro cocchio si ritrasforma in zucca. E dunque...
171:27
C'è questa cultura cavalleresca che non tutti sanno applicare, bisogna essere ben educati ma non tutti ci riescono, però bisogna far vedere che si è diversi dai villani. Si hanno tanti privilegi ma è giusto avere tanti privilegi perché noi siamo più coraggiosi degli altri e rischiamo la pelle più degli altri. Certe volte si esagera.
171:45
La crociata è andata a finire così male anche perché durante il grande attacco che era stato deciso contro i saraceni il gruppo dei cavalieri templari doveva avere l'avanguardia perché spetta per regola in terra santa che i templari hanno l'avanguardia, sono i primi ad attaccare, che è il posto d'onore.
172:04
Ma il fratello del re Roberto d'Artois, il conte d'Artois, che aveva intorno a sé alcuni consiglieri, come dire, un po' tracotanti, a un certo punto l'hanno visto che cominciava a accelerare e sorpassava i Templari col suo gruppo di cavalieri, rompendo l'ordine che era stato prestabilito. A quel punto i Templari vedono che il Conte d'Artuali sta sorpassando E cominciano a spronare anche loro perché guai a rimanere indietro, non si può e tutti gli altri dietro accelerano anche loro e l'intero attacco che era stato programmato come una successione di interventi di vari gruppi di cavalieri degenera in una corsa sfrenata perché nessuno vuole avere la vergogna di essere quello che resta dietro.
172:46
e va a finire malissimo, i turchi li circondano, il conte d'Artois viene ucciso, quasi tutti i templari vengono uccisi, la crociata è persa. Dunque a volte la tracotanza cavalleresca provoca anche grossi guai.
172:58
Ma non sono tutti così tracotanti. Nella loro cultura c'è un conflitto eterno fra, come dire, il culto dell'onore, del farsi vedere, del bel gesto, e la professionalità del militare che sa come vanno le cose e sa che la guerra bisogna saperla fare bene. Il culto dell'onore può servire anche a farla bene la guerra, ti tiene su, ti dà coraggio nei momenti pericolosi.
173:22
A un certo punto durante questo grande disastro i cristiani stanno scappando, si stanno ritirando, si cerca di mantenere un po' di ordine, c'è un ponticello che bisogna difendere a tutti i costi. Joinville si trova da solo a difendere questo ponticello insieme con un altro gran signore, il conte di Soasson. Ci sono solo loro due.
173:42
Può capitare anche questo in una guerra medievale, che due gran signori hanno perso di vista tutti i loro cavalieri, i loro domestici, ci sono solo loro due a difendere questo ponticello, dietro i cristiani che si ritirano, davanti arrivano i turchi.
173:54
Due cavalieri montati bene, con delle belle armature, sono dei gran signori, hanno ottimi cavalli, spade ben affilate, ecco, due cavalieri possono essere già capaci per qualche minuto di fermare tutti gli altri che arrivano, ma chi è che si fa sotto per primo?
174:08
I saraceni si fermano a qualche metro e cominciano a urlare, a digrignare i denti, a gridare insulti, a tirargli pietre, comincia a similare qualche freccia e a questo punto Joanville e il conte di Suasson si dicono sì bene adesso li abbiamo fermati, che facciamo esattamente adesso?
174:30
Quelli sono lì che urlano ma appena si muovono e dice Joanville il buon conte di Suasson Mi prendeva in giro perché avevo paura e mi diceva, siniscalco, lasciamola strillare questa canaglia, perché per la cuffia di Dio, perché lui giurava così, dice Joanville, fra parentesi, per la cuffia di Dio ne parleremo ancora fra voi e me di questa giornata nelle camere delle dame.
175:00
E questo è uno di quei casi in cui appunto la cultura cavalleresca dell'onore, dell'orgoglio, ma anche dell'amor cortese, del vantarsi, ma del vantarsi dopo aver vinto, dopo aver perso, vinceremo, torneremo vivi e di questa giornata ce ne ricorderemo e nelle Camere delle Dame faremo i belli a raccontare le nostre avventure.
175:21
E Joinville è vissuto così a lungo che insomma ci è arrivato a raccontare le sue avventure e un pochino ho provato a raccontarvele anch'io. Grazie.
175:45
Grazie.